• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

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Settembre

Tre hub aperti mezza giornata. Lo psicologo Pezzullo: «Per gli esitanti quella no-vax è diventata una questione identitaria»

Padova. Vaccini avanti piano, talvolta pianissimo. Malgrado la disponibilità dell'Usl 6 di mettere in campo per due weekend tutta la potenza di fuoco con centri vaccinali operativi a linee rinforzate, in modo tale da garantire ai "ritardatari" la possibilità di mettersi in regola in vista dell'entrata in vigore del Green pass, la risposta è stata piuttosto tiepida con 1.300 dosi complessivamente prenotate tra ieri e oggi. Troveranno risposta questa mattina negli hub della Fiera in città, di Cittadella ed Este. Tanto basta a soddisfare la domanda. Venerdì le dosi somministrate erano state in tutto 3.749 (comprese le terze iniezioni). Ma l'Euganea non molla e ha prolungato il noleggio dei palazzetti dello sport dei Comuni di Loreggia, Cittadella e Piove di Sacco adibiti a centro vaccinale fino alla fine dell'anno.Ad oggi sono 156.854 i padovani che non hanno ancora ricevuto una dose (il 18,8%): 93.437 quelli tra i 30 e i 59 anni, ovvero in piena età lavorativa. Un atteggiamento che appare inspiegabile, al di là del merito, vista l'alternativa: la sospensione dal lavoro senza stipendio. «C'è da aspettarsi un ulteriore leggero incremento delle vaccinazioni» osserva Luca Pezzullo presidente dell'Ordine degli psicologi del Veneto «tuttavia, l'obbligo di Green pass per i lavoratori ha avuto come effetto lo spostamento degli esitanti verso una dimensione No vax come effetto di costruzione di una reattanza psicologica. Di fatto, stiamo assistendo all'irrigidimento di posizioni che inizialmente non erano così definite e determinate, questo perché nel frattempo attorno a questa presa di posizione si è costruito un aspetto identitario per cui, fare un passo indietro adesso significa rinunciare alla propria identità. Possiamo quindi dire che queste persone non sono più di fronte a una scelta».Al di là degli errori di comunicazione iniziali - spiega ancora Pezzullo, specializzato proprio nella gestione dell'emergenza - «tutto è stato fatto correttamente, secondo gli step necessari, con una campagna vaccinale che ha raccolto il consenso dapprima delle persone informate per poi affidarsi alla "spinta gentile", con il Green pass come forma per garantire gli aspetti della socialità, fino ad arrivare a una spinta "meno gentile"», che è quella dell'obbligo del certificato sul posto di lavoro: «Per ogni passaggio sono stati raccolti i frutti più bassi dell'albero, ma una volta sondato l'effetto di questo provvedimento, bisognerà capire come gestire quest'ultimo cluster di riluttanti» conferma Pezzullo «paradossalmente, temo che in questo caso la soluzione migliore per uscire dall'impasse sarebbe l'introduzione dell'obbligo vaccinale, poiché consentirebbe a queste persone di spostare la responsabilità dell'immunizzazione conservando la loro identità. Questa posizione No vax è una tessera di un mosaico più ampio di persone che provano sfiducia verso le istituzioni e si pongono in opposizione al potere».Il nodo dei vaccini era stato già posto con l'introduzione - qualche anno fa - dell'obbligo vaccinale per i bambini: «In quel momento si temeva che gli esitanti sarebbero stati numerosi e invece l'adesione fu altissima. Solitamente lo zoccolo duro dei No vax si attesta tra il 3 e il 5%, mentre gli esitanti sono il 20-25%» prosegue il presidente dell'Ordine degli psicologi «pertanto, in questo momento, è necessario concentrare la comunicazione sugli esitanti più rigorosi, che restano comunque raggiungibili e portabili alla profilassi. Il problema, tuttavia, in questo caso specifico è dato dal prolungato stato di complessità e dalla rilevanza sociale dell'epidemia». Una condizione con «reazioni trasversali a livello mondiale in cui si sommano sfiducia e frustrazione» spiega «in situazioni di pericolo si attivano istanze leggermente paranoidi del pensiero: per gestire l'angoscia attivata da un rischio grave come una pandemia, che non possiamo controllare, ci si concentra su "pericoli" più piccoli, come il vaccino, in cui le scelte sono individuali e pertanto ci si illude possano essere gestibili. Ma è ovviamente una situazione paradossale».Simonetta Zanetti Venezia Chiara Ugolini, 27 anni, il sorriso intriso di futuro, ammazzata nel Veronese il 5 settembre. A far scempio di quei sogni di futuro un vicino di casa pregiudicato. Rita Amenze, 31 anni, dolce anche il suo sguardo, segnato dalla nostalgia per i tre figli rimasti in Nigeria. Anche lei uccisa da un uomo, suo marito, il corpo crivellato di colpi di pistola, quattro di cui tre a sfigurarle il volto gentile il 10 settembre nel Vicentino. Ieri la lunga scia di sangue dei femminicidi in Veneto si è allungata ancora. Alessandra, «Ale», Zorzin. Ventun anni appena. Anche lei freddata con un colpo di pistola al volto. Dietro a ogni barbaro assassinio di donna, ancora una volta, sembra esserci un «no» che l’assassino non sa accettare. La molla per brandire un coltello o una pistola è sempre la stessa e la conta delle vittime è impressionante: 83 nel 2021, 7 solo negli ultimi dieci giorni in Italia. Una guerra in cui a soccombere sono solo donne. Il caso veneto impressiona per la rapida successione in cui una giovane vita spezzata si sovrappone all’altra. Scuote la testa Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi, purtroppo un fil rouge a legare la barbarie esiste. «Dopo quest’altra tragedia - riflette il dottor Pezzullo - ci sono due riflessioni da fare. La prima è che, purtroppo, l’”effetto Werther” tradizionalmente riferito alle azioni suicidarie, ora pare applicarsi anche ai femminicidi». L’effetto Werther descrive la catena di suicidi riscontrati dopo un’ampia copertura mediatica di casi di suicidio al di là della cerchia ristretta di famigliari e amici del defunto. «Una grande copertura mediatica tendeva, nelle settimane successive a un suicidio di cui si era parlato diffusamente, - spiega Pezzullo - a causare un numero di atti emulativi significativo. Perché? Perché rendeva l’atto “pensabile”. In anni più recenti si è visto che l’effetto Werther si può applicare anche ai casi di femminicidio. L’eco mediatica diventa fattore scatenante di una condotta già latente. Parliamo di comportamenti emulativi». Del resto, a differenza dei sucidi, fatti spesso privati, i femminicidi restano crimini di cui l’informazione continuerà a dar conto evidenziando una piaga sociale in crescita. Spesso segnata da elementi comuni: « Colpisce poi che negli ultimi due casi, - dice Pezzullo - al di là della contiguità territoriale, si tratti di colpi d’arma da fuoco al volto. Un modo per cancellare l’identità nell’altro. La stessa dinamica che si può riscontrare negli agguati con l’acido a sfigurare la vittima». La riflessione e l'auspicio dell’Ordine psicologi del Veneto al termine dell’edizione più ricca in assoluto di medaglie per la regione: "Sarebbe bello un unico grande evento, i Giochi Olimpici, eliminando la distinzione tra persone con disabilità e senza, pur mantenendo separate le competizioni"

PADOVA - “Sarebbe bello un giorno vedere un unico grande evento, i 'Giochi Olimpici', eliminando la distinzione tra persone con disabilità e persone senza, pur mantenendo separate le competizioni e mettendo al centro lo sport, l’impegno, la concentrazione, la costanza, il mettersi in gioco, il vedere oltre al limite”. L’auspicio è dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto, per bocca della segretaria e consigliera FedericaSandi.

La riflessione arriva al termine dell’edizione paralimpica più ricca in assoluto di medaglie per il Veneto: sono 26 i podi conquistati dalla delegazione veneta composta da 17 atleti e atlete sul totale dei 69 del team italiano. “Le Paralimpiadi hanno rappresentato una vera e propria occasione per andare oltre i pregiudizi e un certo pietismo nei confronti della disabilità e della diversità - aggiunge Sandi -. Sono state l’occasione per portare al grande pubblico il tema della disabilità e di come si possa vivere esperienze di gioia, di competizione, di delusione, di fallimento, di esultanza”. Conoscere il modo attraverso il quale gli atleti, grazie a protesi o ad altri ausili, riescono ad accedere alla disciplina più adatta a loro, può essere quindi l’occasione “per vedere il mondo da una nuova prospettiva e comprendere l’importanza della creatività e di come i nostri obiettivi possano essere raggiunti in tanti modi diversi. Ognuno può attingere alle proprie risorse e trovare il proprio modo per raggiungere i propri obiettivi” sottolinea la referente dell’Ordine veneto.

“In queste Paralimpiadi – evidenzia Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, membro della Consulta dell’Ordine e consulente per Atleti Paralimpici - abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza all’interno del gruppo, elementi che costituiscono il vero spirito sportivo e che a Tokyo erano un corpo unico. Abbiamo visto le Paralimpiadi dell’“antifragilità”, ovvero la capacità di un atleta di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, altamente invalidanti, al fine non solo di proteggersi, ma soprattutto di adattarsi e migliorarsi”.

“Tutti gli atleti lavorano con gli stessi programmi di preparazione mentale, nessuna differenza tra persone con e senza disabilità –aggiunge Bargnani-. Gli atleti con disabilità chiedono di essere più performanti, più precisi nella prestazione, di gestire meglio il dolore: la maggior parte convive con il dolore cronico e anche per questo devono avere una forza mentale superiore. Nel percorso di preparazione mentale così come nel corso di una terapia si è visto che è fondamentale trasmettere che tanto più si sta male tanto più si ha la possibilità di stare bene. Dietro ad una performance ci sono traumi, dolore, sacrifici, fisioterapisti, medici, famiglia e staff”.
Gli psicologi chiedono di racchiudere in un unico evento olimpiadi e paraolimpiadi
Si sono concluse le Paralimpiadi 2020 che hanno portato a Tokyo 17 atleti veneti con 26 medaglie su 69 a livello nazionale. Un’occasione per riflettere sullo sport con disabilità. L’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto plaude con orgoglio ai risultati raggiunti con determinazione e forza che a Tokyo, ancora una volta, ha portato le competenze e l’esperienza dei membri della Consulta Sandi «Le Paralimpiadi hanno rappresentato una vera e propria occasione per andare oltre i pregiudizi e un certo pietismo nei confronti della disabilità e della diversità - spiega Federica Sandi, psicologa, Consigliera e Segretario dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto -. I nostri atleti hanno raggiunto risultati eccellenti. Mai Paralimpiadi sono state così straordinarie. Sono state l’occasione per portare al grande pubblico il tema della disabilità e di come si possa vivere esperienze di gioia, di competizione, di delusione, di fallimento, di esultanza. Sarebbe bello un giorno vedere un unico grande evento Olimpico eliminando la distinzione tra persone con disabilità e persone senza, semplicemente i “Giochi Olimpici”, includendo tutti gli atleti naturalmente mantenendo separate le competizioni e mettendo al centro lo sport, l’impegno, la concentrazione, la costanza, il mettersi in gioco, il vedere oltre al limite. Purtroppo ancora oggi le persone con disabilità vengono viste con troppi pregiudizi sulle loro possibilità nel raggiungimento degli obiettivi. Questo anche nel campo dello sport. Durante le Paralimpiadi gli atleti hanno gareggiato grazie alla forza di volontà, alla determinazione e alla voglia di rappresentare il proprio paese agli occhi di tutto il mondo. Conoscere il modo attraverso il quale gli atleti, grazie a protesi o ad altri ausili, riescono ad accedere alla disciplina più adatta a loro, può essere l’occasione per vedere il mondo da unanuova prospettiva e comprendere l’importanza della creatività e di come i nostri obiettivi possano essere raggiunti in tanti modi diversi. Ognuno può attingere alle proprie risorse e trovare il proprio modo per raggiungere i propri obiettivi, non solo quello “classico” di cui si conosce già l’esistenza. Non deve essere “straordinario”- conclude Sandi - ma ordinario fare le cose in tanti modi differenti e sentire di possedere delle risorse personali» Preparazione mentale (Bargnani) Le Paralimpiadi si sono chiuse ma lo sport per loro rimane. Cosa può fare lo psicologo dello sport nella preparazione mentale di un atleta con disabilità? «Lo psicologo dello sport “allena”, prepara la mente e ha sempre davanti l’atleta non le disabilità - spiega Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, membro della Consulta dell’Ordine e consulente per Atleti Paralimpici -. Tutti gli atleti lavorano con gli stessi programmi di preparazione mentale, nessuna differenza tra persone con e senza disabilità. La psicologia dello sport opera sul controllo delle emozioni e dei pensieri, sulla modulazione dello stato ottimale per iniziare una prestazione, sull’attenzione e la concentrazione, sulle capacità immaginative e di visualizzazione. Gli atleti con disabilità chiedono di essere più performanti, più precisi nella prestazione, di gestire meglio il dolore, la maggior parte convive con il dolore cronico e anche per questo devono avere una forza mentale superiore. Nel percorso di preparazione mentale così come nel corso di una terapia si è visto che è fondamentale trasmettere che tanto più si sta male tanto più si ha la possibilità di stare bene. Dietro ad una performance ci sono traumi, dolore, sacrifici, fisioterapisti, medici, famiglia e staff. In queste Paralimpiadi abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza all’interno del gruppo, elementi che costituiscono il vero spirito sportivo e che a Tokyo erano un corpo unico. A volte lo sport adattato viene usato anche come veicolo di inclusione. In conclusione posso dire che abbiamo visto le Paralimpiadi dell’ “antifragilità”, ovvero la capacità di un atleta di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, altamente invalidanti, al fine non solo di proteggersi, ma soprattutto di adattarsi e migliorarsi»
Federica Sandi: «Giochi 2020, un’occasione per andare oltre i pregiudizi e il pietismo. Sarebbe bello vedere un giorno un' unica grande manifestazione con atleti con e senza disabilità» Si sono concluse le Paralimpiadi 2020 che hanno portato a Tokyo 17 atleti veneti con 26 medaglie su 69 a livello nazionale. Un’occasione per riflettere sullo sport con disabilità.

’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto plaude con orgoglio ai risultati raggiunti con determinazione e forza che a Tokyo, ancora una volta, ha portato le competenze e l’esperienza dei membri della Consulta «Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere» istituita dallo stesso Ordine che ora ribadisce: “questo risultato deve essere un punto di partenza per una nuova percezione della disabilità”.
Sandi (Psicologi Veneto): “Mai Paralimpiadi sono state così straordinarie per il Veneto”

“Le Paralimpiadi hanno rappresentato una vera e propria occasione per andare oltre i pregiudizi e un certo pietismo nei confronti della disabilità e della diversità – spiega Federica Sandi, psicologa, Consigliera e Segretario dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto -. I nostri atleti hanno raggiunto risultati eccellenti. Mai Paralimpiadi sono state così straordinarie. Sono state l’occasione per portare al grande pubblico il tema della disabilità e di come si possa vivere esperienze di gioia, di competizione, di delusione, di fallimento, di esultanza. Sarebbe bello un giorno vedere un unico grande evento Olimpico eliminando la distinzione tra persone con disabilità e persone senza, semplicemente i “Giochi Olimpici”, includendo tutti gli atleti naturalmente mantenendo separate le competizioni e mettendo al centro lo sport, l’impegno, la concentrazione, la costanza, il mettersi in gioco, il vedere oltre al limite. Purtroppo ancora oggi le persone con disabilità vengono viste con troppi pregiudizi sulle loro possibilità nel raggiungimento degli obiettivi. Questo anche nel campo dello sport. Durante le Paralimpiadi gli atleti hanno gareggiato grazie alla forza di volontà, alla determinazione e alla voglia di rappresentare il proprio paese agli occhi di tutto il mondo. Conoscere il modo attraverso il quale gli atleti, grazie a protesi o ad altri ausili, riescono ad accedere alla disciplina più adatta a loro, può essere l’occasione per vedere il mondo da una nuova prospettiva e comprendere l’importanza della creatività e di come i nostri obiettivi possano essere raggiunti in tanti modi diversi. Ognuno può attingere alle proprie risorse e trovare il proprio modo per raggiungere i propri obiettivi, non solo quello “classico” di cui si conosce già l’esistenza. Non deve essere “straordinario”- conclude Sandi – ma ordinario fare le cose in tanti modi differenti e sentire di possedere delle risorse personali”.
Bargnani (Psicologi Veneto): “In queste Paralimpiadi abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza”

“Lo psicologo dello sport “allena”, prepara la mente e ha sempre davanti l’atleta non le disabilità – spiega Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, membro della Consulta dell’Ordine e consulente per Atleti Paralimpici -. Tutti gli atleti lavorano con gli stessi programmi di preparazione mentale, nessuna differenza tra persone con e senza disabilità. La psicologia dello sport opera sul controllo delle emozioni e dei pensieri, sulla modulazione dello stato ottimale per iniziare una prestazione, sull’attenzione e la concentrazione, sulle capacità immaginative e di visualizzazione. Gli atleti con disabilità chiedono di essere più performanti, più precisi nella prestazione, di gestire meglio il dolore, la maggior parte convive con il dolore cronico e anche per questo devono avere una forza mentale superiore. Nel percorso di preparazione mentale così come nel corso di una terapia si è visto che è fondamentale trasmettere che tanto più si sta male tanto più si ha la possibilità di stare bene. Dietro ad una performance ci sono traumi, dolore, sacrifici, fisioterapisti, medici, famiglia e staff. In queste Paralimpiadi abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza all’interno del gruppo, elementi che costituiscono il vero spirito sportivo e che a Tokyo erano un corpo unico. A volte lo sport adattato viene usato anche come veicolo di inclusione. In conclusione posso dire che abbiamo visto le Paralimpiadi dell’“antifragilità”, ovvero la capacità di un atleta di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, altamente invalidanti, al fine non solo di proteggersi, ma soprattutto di adattarsi e migliorarsi”.
Paralimpiadi, parlano gli psicologi: “Un’occasione per andare oltre i pregiudizi e il pietismo”
Si sono concluse le Paralimpiadi 2020 che hanno portato a Tokyo 17 atleti veneti con 26 medaglie su 69 a livello nazionale. Un’occasione per riflettere sullo sport con disabilità. L’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto plaude con orgoglio ai risultati raggiunti con determinazione e forza che a Tokyo, ancora una volta, ha portato le competenze e l’esperienza dei membri della Consulta ‘Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere‘ istituita dallo stesso Ordine che ora ribadisce: “questo risultato deve essere un punto di partenza per una nuova percezione della disabilità”. “Le Paralimpiadi hanno rappresentato una vera e propria occasione per andare oltre i pregiudizi e un certo pietismo nei confronti della disabilità e della diversità – spiega Federica Sandi, psicologa, Consigliera e Segretario dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto -. I nostri atleti hanno raggiunto risultati eccellenti. Mai Paralimpiadi sono state così straordinarie. Sono state l’occasione per portare al grande pubblico il tema della disabilità e di come si possa vivere esperienze di gioia, di competizione, di delusione, di fallimento, di esultanza. Sarebbe bello un giorno vedere un unico grande evento Olimpico eliminando la distinzione tra persone con disabilità e persone senza, semplicemente i ‘Giochi Olimpici’, includendo tutti gli atleti naturalmente mantenendo separate le competizioni e mettendo al centro lo sport, l’impegno, la concentrazione, la costanza, il mettersi in gioco, il vedere oltre al limite. Purtroppo ancora oggi le persone con disabilità vengono viste con troppi pregiudizi sulle loro possibilità nel raggiungimento degli obiettivi”. “Questo anche nel campo dello sport – prosegue Sandi -. Durante le Paralimpiadi gli atleti hanno gareggiato grazie alla forza di volontà, alla determinazione e alla voglia di rappresentare il proprio paese agli occhi di tutto il mondo. Conoscere il modo attraverso il quale gli atleti, grazie a protesi o ad altri ausili, riescono ad accedere alla disciplina più adatta a loro, può essere l’occasione per vedere il mondo da una nuova prospettiva e comprendere l’importanza della creatività e di come i nostri obiettivi possano essere raggiunti in tanti modi diversi. Ognuno può attingere alle proprie risorse e trovare il proprio modo per raggiungere i propri obiettivi, non solo quello “classico” di cui si conosce già l’esistenza. Non deve essere ‘straordinario’- conclude Sandi – ma ordinario fare le cose in tanti modi differenti e sentire di possedere delle risorse personali”. Le Paralimpiadi si sono chiuse ma lo sport per loro rimane. Cosa può fare lo psicologo dello sport nella preparazione mentale di un atleta con disabilità? “Lo psicologo dello sport ‘allena’, prepara la mente e ha sempre davanti l’atleta non le disabilità – spiega Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, membro della Consulta dell’Ordine e consulente per Atleti Paralimpici -. Tutti gli atleti lavorano con gli stessi programmi di preparazione mentale, nessuna differenza tra persone con e senza disabilità. La psicologia dello sport opera sul controllo delle emozioni e dei pensieri, sulla modulazione dello stato ottimale per iniziare una prestazione, sull’attenzione e la concentrazione, sulle capacità immaginative e di visualizzazione. Gli atleti con disabilità chiedono di essere più performanti, più precisi nella prestazione, di gestire meglio il dolore, la maggior parte convive con il dolore cronico e anche per questo devono avere una forza mentale superiore. Nel percorso di preparazione mentale così come nel corso di una terapia si è visto che è fondamentale trasmettere che tanto più si sta male tanto più si ha la possibilità di stare bene”. “Dietro ad una performance ci sono traumi, dolore, sacrifici, fisioterapisti, medici, famiglia e staff. In queste Paralimpiadi abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza all’interno del gruppo, elementi che costituiscono il vero spirito sportivo e che a Tokyo erano un corpo unico. A volte lo sport adattato viene usato anche come veicolo di inclusione. In conclusione posso dire che abbiamo visto le Paralimpiadi dell’ “antifragilità”, ovvero la capacità di un atleta di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, altamente invalidanti, al fine non solo di proteggersi, ma soprattutto di adattarsi e migliorarsi”, conclude Bargnani.
La riflessione e l'auspicio dell’Ordine psicologi del Veneto al termine dell’edizione più ricca in assoluto di medaglie per la regione: "Sarebbe bello un unico grande evento, i Giochi Olimpici, eliminando la distinzione tra persone con disabilità e senza, pur mantenendo separate le competizioni"



“Sarebbe bello un giorno vedere un unico grande evento, i 'Giochi Olimpici', eliminando la distinzione tra persone con disabilità e persone senza, pur mantenendo separate le competizioni e mettendo al centro lo sport, l’impegno, la concentrazione, la costanza, il mettersi in gioco, il vedere oltre al limite”. L’auspicio è dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto, per bocca della segretaria e consigliera Federica Sandi.

La riflessione arriva al termine dell’edizione paralimpica più ricca in assoluto di medaglie per il Veneto: sono 26 i podi conquistati dalla delegazione veneta composta da 17 atleti e atlete sul totale dei 69 del team italiano. “Le Paralimpiadi hanno rappresentato una vera e propria occasione per andare oltre i pregiudizi e un certo pietismo nei confronti della disabilità e della diversità - aggiunge Sandi -. Sono state l’occasione per portare al grande pubblico il tema della disabilità e di come si possa vivere esperienze di gioia, di competizione, di delusione, di fallimento, di esultanza”. Conoscere il modo attraverso il quale gli atleti, grazie a protesi o ad altri ausili, riescono ad accedere alla disciplina più adatta a loro, può essere quindi l’occasione “per vedere il mondo da una nuova prospettiva e comprendere l’importanza della creatività e di come i nostri obiettivi possano essere raggiunti in tanti modi diversi. Ognuno può attingere alle proprie risorse e trovare il proprio modo per raggiungere i propri obiettivi” sottolinea la referente dell’Ordine veneto.

“In queste Paralimpiadi – evidenzia Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, membro della Consulta dell’Ordine e consulente per Atleti Paralimpici - abbiamo visto tanta solidità, forza e alleanza all’interno del gruppo, elementi che costituiscono il vero spirito sportivo e che a Tokyo erano un corpo unico. Abbiamo visto le Paralimpiadi dell’“antifragilità”, ovvero la capacità di un atleta di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, altamente invalidanti, al fine non solo di proteggersi, ma soprattutto di adattarsi e migliorarsi”.

“Tutti gli atleti lavorano con gli stessi programmi di preparazione mentale, nessuna differenza tra persone con e senza disabilità –aggiunge Bargnani-. Gli atleti con disabilità chiedono di essere più performanti, più precisi nella prestazione, di gestire meglio il dolore: la maggior parte convive con il dolore cronico e anche per questo devono avere una forza mentale superiore. Nel percorso di preparazione mentale così come nel corso di una terapia si è visto che è fondamentale trasmettere che tanto più si sta male tanto più si ha la possibilità di stare bene. Dietro ad una performance ci sono traumi, dolore, sacrifici, fisioterapisti, medici, famiglia e staff”.

Agosto

Nella testa dei cinquantenni veneti che si sentono giovani. «Sono loro lo zoccolo duro dell’ideologia no vax»
Pezzullo, presidente degli psicologi: «Non è più questione di salute chi si oppone lo fa per dimostrare che ha il coraggio di sfidare il potere»
L'ipotesi di obbligo vaccinale. La considerazione dell'amico non vaccinato come potenziale fonte di pericolo per la nostra stessa sopravvivenza o, quantomeno, come ostacolo al ritorno alla normalità. E la considerazione dell'amico invece vaccinato come un credulone che abbocca a tutto. Il periodo inedito che si è aperto un anno e mezzo fa, con l'arrivo della pandemia, ha portato con sé una serie di questioni sociali che si fanno sempre più fitte, con il passare del tempo e con il progressivo allontanarsi dello sperato orizzonte di uscita. Interrogativi che sono pane quotidiano per Luca Pezzullo, presidente veneto dell'Ordine degli psicologi.Quasi un veneto su quattro non è ancora stato vaccinato. È una causa persa?«No, ma è una causa impegnativa, da un punto di vista psicologico e sociale. Ed è la causa più importante, perché queste percentuali consentono al virus di diffondersi e di sviluppare nuove varianti».I meno sensibili sono i 50-59enni...«È la questione più pericolosa. Hanno una bassa percezione del rischio: si credono ancora giovani, quando invece non è così. Anzi, rischiano grosso. Oltre a questo, invecchiando è più difficile cambiare idea. E così i 50enni sono rigidi nelle loro posizioni, impermeabili agli inviti. Sopravvalutano molto la loro capacità di analizzare fonti e informazioni. Ormai non è più un rifiuto al vaccino, è un'istanza identitaria, valoriale, politica più o meno populista. Si può dire che preferiscano rischiare di ammalarsi, pur di validare la loro identità di persona che ha il coraggio di contrastare il potere. E, quando si passa su questo piano, il messaggio di salute pubblica può poco: servirebbe una comunicazione diversa».Al contrario, la risposta dei 20enni è stata molto positiva.«Perché, per quanto abbiano una percezione ridotta del rischio, hanno una minore rigidità cognitiva. Si sanno muovere sui social, riescono a individuare le informazioni corrette. E hanno un grande e comprensibile desiderio di tornare alla quotidianità».Proseguendo con le fasce anagrafiche, ci sono tanti minorenni a cui i genitori hanno proibito di vaccinarsi.«Ci sono stati diversi casi, soprattutto tra gli adolescenti di 16-17 anni, figli di no vax. I genitori agiscono in buona fede, credendo di proteggere il figlio. Non si rendono conto che così espongono il ragazzo e la collettività a un rischio maggiore. Anche perché la vaccinazione è la risposta migliore per tornare a scuola».Questa frattura ha interrotto anche amicizie importanti...«Perché la persona che ha fatto un'altra scelta viene individuata come potenziale pericolo per la stessa sopravvivenza. E la reazione, di conseguenza, è molto viscerale».Perché per qualcuno il pensiero di un solo medico no vax conta più del pensiero delle decine di migliaia di medici vaccinati?«Perché psicologicamente siamo portati a cercare informazioni che siano il più possibile coerenti con la nostra ideainiziale. Chi ha sempre avuto difficoltà sociali, economiche e lavorative, facilmente troverà conferma nella teoria della casta, dei poteri forti, di big Pharma.Il medico radiato diventa l'eroe che ha il coraggio di dire le verità scomode, entrando nella narrativa di Davide contro Golia. Poi quasi mai si pensa che molti di questi medici cialtroni hanno alle spalle business enormi, fatti di consulenze salatissime, libri, conferenze».A leggere i commenti su Facebook, sembra che il 90% degli italiani sia no vax.«Perché il no vax è molto più ansioso e deve ribadire la sua appartenenza. Tra l'altro, spesso i commenti agli articolo pubblicati dagli stessi giornali sono firmati sempre dalle stesse persone: poche, che fanno un gran polverone. La maggioranza silenziosa dei vaccinati non sente il bisogno di ribadire la propria scelta».Possiamo sperare ancora nell'effetto Green pass?«Sì, con l'arrivo dell'autunno e l'obbligo di esibire il Green pass per sedere all'interno. Il primo livello di salute pubblica consisteva nell'invito alla vaccinazione e nella facilitazione dell'accesso pratico. Ora ci troviamo nella seconda fase, quella della spinta gentile, garantendo condizioni vantaggiose ai vaccinati e svantaggiose ai non vaccinati. Se non sarà sufficiente, rimane l'ipotesi dell'obbligo vaccinale. Richard Thaler, l'inventore di questa teoria, sostiene che bisognerebbe già iniziare a pensare all'obbligo. Lui si riferisce agli Stati Uniti. Certo è che, se in autunno la crescita dei contagi sarà continua e i 50-60enni inizieranno a intasare gli ospedali, dubito ci saranno alternative».Andrea Crisanti sostiene che l'obbligo sarebbe una mano tesa ai no vax.«Francamente non mi porrei neanche il problema. Di fronte all'obbligo, poco importa che la persona sia consapevole dell'importanza del vaccino. Si è andati avanti mesi con la persuasione...».
Psicologi sport, nasce la Consulta dopo gli exploit azzurri a Tokyo
Undici atleti alle Olimpiadi sono stati seguiti da professionisti veneti
Il segreto professionale impedisce loro di rivelare chi fossero, ma erano 11 gli atleti azzurri in gara a Tokyo seguiti dagli psicologi del Veneto. E proprio mentre in Giappone si chiudeva quella che per l'Italia è stata un'edizione record dei Giochi Olimpici, in regione nasceva ufficialmente la "Consulta Psicologia dello Sport, dell'esercizio fisico e del benessere", istituita dall'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto.Un team di professionisti coordinato dalla vicepresidente dell'Ordine Fortunata Pizzoferro, che spiega: «L'obiettivo è favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell'ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti». D'altra parte, a livello internazionale sempre più federazioni e società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi, considerati un'essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso l'autoregolazione emotiva e nella concentrazione. Ma lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita dell'atleta, dal recupero degli infortuni alla "transition career". Marcella Bounous, direttrice del Master di Psicologia dello Sport allo Iusve, aggiunge: «Sto seguendo a distanza alcuni atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a bordo campo non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito: bastano il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati. Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance: l'attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione, la gestione dell'attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta. «Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo» diceva il grande Muhammad Ali». Un percorso di preparazione mentale va cucito addosso all'atleta, strutturandolo sulla base delle sue caratteristiche. Ma, come sottolinea Marta Ghisi, docente dell'Università di Padova, «è utile negli sport di squadra, per facilitare i processi di comunicazione e promuovere un buon clima relazionale».-- D.Z.
«Testimonial per convincere i ragazzi e messaggi su Instagram per vaccinarli»
Lo psicologo Pezzullo: «Una pandemia è come una staffetta 4X100, se uno solo si ferma, perdono tutti»
«Per convincere i ragazzi a vaccinarsi servono testimonial, non prediche». Per Luca Pezzullo, psicologo dell'emergenza, nonché presidente dell'Ordine di categoria veneto, è questo il segreto per accelerare l'immunizzazione dei giovanissimi, ad oggi i più scoperti di fronte al virus.Dottor Pezzullo, l'Usl 6 ha puntato sulle aperture serali per intercettare il maggior numero di giovani possibile, eppure loro hanno disertato il primo appuntamento. Non hanno voglia di riprendersi la loro vita?«Premettiamo che ci sono degli ostacoli esterni che incidono, come il periodo estivo, creando dei piccoli ostacoli che, pure, andrebbero superati di fronte alla magnitudine del problema, tuttavia su persone vicine agli esitanti finiscono per incidere. Accanto a questo c'è anche una motivazione psicologica, laddove tutta l'enfasi dello sforzo iniziale per la vaccinazione è stato centrato sugli anziani, portando alla riduzione della percezione del rischio individuale che va a sommarsi alla sensazione di immortalità che hanno i ragazzi. Ulteriormente si aggiungono le scelte dei genitori che vedono nel vaccino per i figli un rischio maggiore rispetto alla malattia e finiscono per non mettere in atto comportamenti protettivi. Senza sapere che, un grande bacino di suscettibili è terreno perfetto per le varianti». E come se ne esce?«La comunicazione va in tre direzioni, responsabilità sociale altruistica, che tuttavia non incide su tutti, sociale- realizzativo - ovvero vaccinandomi mi posso muovere in un contesto sicuro e fare le cose che mi piacciono - ed egocentrico, cioè di autotutela. Non possiamo ignorare che negli Usa sono morti 600 minorenni e che in Florida le Terapie Intensive si stanno riempiendo di ventenni. Questo virus ha cominciato contagiando gli anziani e, sebbene si stia spostando sui ragazzi, questi non hanno ancora sviluppato la percezione del rischio. Un problema questo che non c'era con la Spagnola che ha attaccato subito i giovani, facendo sviluppare loro un'alta percezione del rischio».Eppure fino ad ora, questo tipo di comunicazione non ha funzionato. Sembra di essere tornati a ottobre: allora si negava la nuova ondata, ora si nega l'incidenza del virus sui giovani. «Perché c'è molta difficoltà a imparare dall'esperienza. I no vax in questo momento sono i giovani e i 50-60enni. Anche se le dinamiche sono molto diverse, in entrambi c'è un comune denominatore di sottovalutazione del rischio soggettivo. Un 50-60enne si sente nel pieno della maturità e della propria autonomia, lontano da quella vecchiaia che identifica con gli 80enni. È molto sicuro e non accetta che gli si dica cosa fare, tuttavia ha anche un po' meno esperienza sui social di un ventenne che naviga su internet, si muove con più dimestichezza tra le fonti ed è più consapevole. Per i 60enni questa è una miscela perfetta che porta all'errore, sottovalutano il rischio. In questi casi i livelli di moral suasion sono tre: informazioni chiare e dirette, spinte gentili come il Green pass che favorisce scelte socialmente più utili e, se falliscono le prime due, la prospettiva è di arrivare all'obbligo vaccinale per specifiche fasce. È una decisione che attiene alla politica e alle autorità sanitarie, ma è un tema aperto che bisognerà affrontare in termini di salute pubblica e costi sanitari».Ma i ragazzi che non si vaccinano come si intercettano?«Servono canali diversi, testimonial. Servono persone che parlino il loro linguaggio su Tik Tok e su Instagram, perché già Facebook è un social per vecchi».Sta dicendo meglio Fedez di Galli?«In linea di massima sì, anche se trovo Galli piuttosto rock».Non è deprimente pensare di affidarsi a degli influencer per convincere i giovani su un tema così importante?«Per certi aspetti lo è, ma è anche necessario modellare la campagna di comunicazione in base alla platea. Quindi per gli adolescenti bisogna pensare a modelli che arrivino, che con il loro esempio facciano capire che il vaccino è cool, è una figata non una cosa per vecchi. La discussione va legata all'autoidentità percepita, servono messaggi coerenti con i destinatari e i canali in cui vengono diffusi».Mai come ora la società sembra divisa tra "pecore", i vax, e "cavernicoli", i no vax, e sta generando tensioni importanti nelle sfere familiari. Crede siano fratture componibili?«Ogni situazione di crisi e di emergenza fa emergere differenze e conflittualità latenti. Non solo: di fronte a un pericolo si attivano reazioni definite "attacco o fuga", in cui si attivano parti del sistema limbico primitive che escludono analisi raffinate e sprigionano reazioni viscerali che possono sfociare, appunto, in una fuga o in un attacco. Solitamente si tratta di dinamiche componibili, considerando anche che in Italia abbiamo già 40 milioni di persone che si sono vaccinate e i no vax, per quanto siano molto rumorosi, sono migliaia. I dati li avremo tra 6 mesi, quando le Rianimazioni saranno piene al 99% di no vax e giovani».Sta dicendo che per capire dovranno prima toccare con mano?«In questo caso sarebbe una sconfitta per tutti, parenti, carico collettivo e sistema sanitario. Ma a volte è fisiologico».Ora i no vax usano i casi di reinfezione, come quello di Israele, per supportare le loro tesi.«Si tratta di fallacia paradossale cognitiva, ben nota in psicologia. Di fatto si usano i numeri senza tenere conto di come sarebbe la situazione senza i vaccini. Per fare un esempio: mettiamo il 90% della popolazione immunizzata e 100 casi, vengono considerati solo questi ultimi, senza tenere conto di quanti e con quali effetti devastanti sarebbero i contagi senza vaccini».Molti vivono il rifiuto del vaccino come un fatto personale. Cosa ne pensa?«Evidentemente serve un ulteriore sforzo comunicativo, perché non sono i vaccini che sconfiggono le pandemia, ma le vaccinazioni. Questo vaccino a mRna, che pure è un capolavoro scientifico, se non viene usato, non protegge nessuno. Quindi bisogna diffondere una comunicazione che faciliti e spinga. L'emergenza è uno sport di squadra, è come la staffetta 4X100: se uno sta fermo, anche se tre fanno una performance splendida, alla fine perdono tutti». --
Nasce la Consulta veneta dedicata alla Psicologia dello Sport
Nuovo organismo istituito all'interno dell'Ordine degli psicologi. «È emersa l'importanza dell'allenamento delle abilità mentali»
A Tokyio l'Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la "Consulta Psicologia dello Sport, dell'esercizio fisico e del benessere" istituita dall'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla vice presidente Fortunata Pizzoferro: «L'obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con portatori d'interesse nell'ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti» dice.A livello internazionale sempre più Federazioni e società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati un'essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell'atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo psicologo si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell'atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. «Queste sono le Olimpiadi delle emozioni» sostiene Marcella Bounous, membro della Consulta dell'Ordine e direttrice del Master di Psicologia dello Sport - Iusve «Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a "bordo campo" non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito. Bastano pc e telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati». «Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione» aggiunge Bounous «in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l'attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione, la gestione dell'attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell'atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. "Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo" diceva il grande Muhammad Ali». Un percorso di preparazione mentale va "cucito addosso all'atleta", lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specifico, il linguaggio, le regole e osservare l'atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. --
Nasce la Consulta veneta dedicata alla Psicologia dello Sport
Nuovo organismo istituito all’interno dell’Ordine degli psicologi «È emersa l’importanza dell’allenamento delle abilità mentali»
L’INIZIATIVA

A Tokyio l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla vice presidente Fortunata Pizzoferro: «L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con portatori d’interesse nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti» dice.
A livello internazionale sempre più Federazioni e società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo psicologo si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. «Queste sono le Olimpiadi delle emozioni» sostiene Marcella Bounous, membro della Consulta dell’Ordine e direttrice del Master di Psicologia dello Sport – Iusve «Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito. Bastano pc e telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati».

«Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione» aggiunge Bounous «in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione, la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali».
Un percorso di preparazione mentale va “cucito addosso all’atleta”, lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specifico, il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. — A Tokyio l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto Fortunata Pizzoferro: «L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti. Lo sport, l’attività motoria e l’esercizio fisico, entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana acquisendo un ruolo importante per la crescita psicofisica armonica e come esperienza inclusiva, adattiva e preventiva.»

Il ruolo dello Psicologo dello Sport
A livello internazionale sempre più Federazioni e Società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi/ghe con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati/e un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. Tutto ciò lo stanno dimostrando queste Olimpiadi in corso con 36 atleti veneti che vi partecipano e con risultati eccellenti. La letteratura scientifica da tempo riconosce il ruolo della componente psicologica nel conseguimento di risultati sportivi e nel processo di maturazione dell’atleta. Quanto può incidere un percorso di psicologia dello sport nelle prestazioni e nei risultati? «Queste sono le Olimpiadi delle emozioni - spiega Marcella Bounous- psicologa, membro della Consulta dell’Ordine e Direttrice Master di Psicologia dello Sport - IUSVE- . Aldo Montano ha parlato di emozioni per ben cinque volte nella stessa intervista. Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito; basta il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati. Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione (es. mental imagery o motor imagery), la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e l’incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali”.

Percorso

Un percorso di preparazione mentale va “cucito addosso all’atleta”, in quanto ogni atleta è unico; va strutturato sulla base delle reali caratteristiche del soggetto. Lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specie-specifico, conoscerne il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. Non esistono soluzioni miracolose: allenare la mente necessita di grande motivazione, di sistematicità, di impegno e di tempo. Forse nello sport di oggi la “testa” è il fattore che può fare la differenza accanto alla preparazione fisica e tecnica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente. Quello che alle volte si ignora ancora è quanto la mente sia in grado di influire sull’apprendimento e sul miglioramento del gesto tecnico e sulla gestione della gara». La psicologia dello sport si occupa dell’aspetto mentale, emozionale e comportamentale collegato alle prestazioni degli atleti e delle squadre nel contesto sportivo. In quale modo lo psicologo dello sport può aiutare l’atleta o l’allenatore? «Lo/la psicologo/a, interagendo con tutte le figure che ruotano attorno all’atleta, lo/la aiuta a “coltivare” e portare avanti l’integrazione corpo-mente» spiega Marta Ghisi – Psicologa, psicoterapeuta, membro della Consulta dell’Ordine e docente dell’Università di Padova. Infatti, una prestazione sportiva è costituita dalla somma delle capacità fisiche e mentali, oltre a quelle tecniche e tattiche, tutte necessarie all’espressione della massima performance. È fondamentale quindi che mente e corpo vengano allenati a collaborare come un team. Lo/la psicologo/a dello sport interviene attraverso sia tecniche fisiologiche, in grado di influire sulle componenti mentali, sia tecniche cognitive, in grado di influire sulle componenti fisiche. La psicologia aiuta atleti/e e allenatori/trici di sport sia individuali, sia di squadra con diversi obiettivi e strategie di intervento: per uno sport di squadra facilitare i processi di comunicazione, promuovere un buon clima relazionale, lavorare per favorire il passaggio da gruppo a squadra, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione di squadra. Nello sport individuale l’intervento è mirato alle esigenze del singolo/a atleta, come l’autoregolazione delle emozioni (es. ansia e rabbia), la gestione e la riformulazione dei pensieri disfunzionali con l’obiettivo di incrementare il benessere e la prestazione dell’atleta. Il compito dello/a psicologo/a dello sport è mettere in primo piano il benessere psicofisico dell’atleta in relazione alle diverse fasce d’età, favorendo quindi la massima espressione del suo potenziale. La vittoria diventa così una conseguenza di un percorso strutturato, condiviso e costruito assieme all’atleta e allo staff coinvolto». A Tokyio l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto.

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Un team di professionisti coordinato dalla vice presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto Fortunata Pizzoferro (foto in basso): «L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti. Lo sport, l’attività motoria e l’esercizio fisico, entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana acquisendo un ruolo importante per la crescita psicofisica armonica e come esperienza inclusiva, adattiva e preventiva.»
Il ruolo dello Psicologo dello Sport

A livello internazionale sempre più Federazioni e Società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi/ghe con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati/e un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione.

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Lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. Tutto ciò lo stanno dimostrando queste Olimpiadi in corso con 36 atleti veneti che vi partecipano e con risultati eccellenti. La letteratura scientifica da tempo riconosce il ruolo della componente psicologica nel conseguimento di risultati sportivi e nel processo di maturazione dell’atleta.

Quanto può incidere un percorso di psicologia dello sport nelle prestazioni e nei risultati?

«Queste sono le Olimpiadi delle emozioni – spiega Marcella Bounous psicologa, membro della Consulta dell’Ordine e Direttrice Master di Psicologia dello Sport IUSVE (in foto) – Aldo Montano ha parlato di emozioni per ben cinque volte nella stessa intervista. Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito; basta il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati.

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Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione (es. mental imagery o motor imagery), la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e l’incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali”.

Un percorso di preparazione mentale va “cucito addosso all’atleta”, in quanto ogni atleta è unico; va strutturato sulla base delle reali caratteristiche del soggetto.

Lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specie-specifico, conoscerne il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. Non esistono soluzioni miracolose: allenare la mente necessita di grande motivazione, di sistematicità, di impegno e di tempo. Forse nello sport di oggi la “testa” è il fattore che può fare la differenza accanto alla preparazione fisica e tecnica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente. Quello che alle volte si ignora ancora è quanto la mente sia in grado di influire sull’apprendimento e sul miglioramento del gesto tecnico e sulla gestione della gara.»

La psicologia dello sport si occupa dell’aspetto mentale, emozionale e comportamentale collegato alle prestazioni degli atleti e delle squadre nel contesto sportivo.

In quale modo lo psicologo dello sport può aiutare l’atleta o l’allenatore?

«Lo/la psicologo/a, interagendo con tutte le figure che ruotano attorno all’atleta, lo/la aiuta a “coltivare” e portare avanti l’integrazione corpo-mente» spiega Marta Ghisi – Psicologa, psicoterapeuta, membro della Consulta dell’Ordine e docente dell’Università di Padova. Infatti, una prestazione sportiva è costituita dalla somma delle capacità fisiche e mentali, oltre a quelle tecniche e tattiche, tutte necessarie all’espressione della massima performance. È fondamentale quindi che mente e corpo vengano allenati a collaborare come un team. Lo/la psicologo/a dello sport interviene attraverso sia tecniche fisiologiche, in grado di influire sulle componenti mentali, sia tecniche cognitive, in grado di influire sulle componenti fisiche. La psicologia aiuta atleti/e e allenatori/trici di sport sia individuali, sia di squadra con diversi obiettivi e strategie di intervento: per uno sport di squadra facilitare i processi di comunicazione, promuovere un buon clima relazionale, lavorare per favorire il passaggio da gruppo a squadra, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione di squadra. Nello sport individuale l’intervento è mirato alle esigenze del singolo/a atleta, come l’autoregolazione delle emozioni (es. ansia e rabbia), la gestione e la riformulazione dei pensieri disfunzionali con l’obiettivo di incrementare il benessere e la prestazione dell’atleta. Il compito dello/a psicologo/a dello sport è mettere in primo piano il benessere psicofisico dell’atleta in relazione alle diverse fasce d’età, favorendo quindi la massima espressione del suo potenziale. La vittoria diventa così una conseguenza di un percorso strutturato, condiviso e costruito assieme all’atleta e allo staff coinvolto.» In Veneto è nata la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto.

A Tokyo l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto Fortunata Pizzoferro: «L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti. Lo sport, l’attività motoria e l’esercizio fisico, entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana acquisendo un ruolo importante per la crescita psicofisica armonica e come esperienza inclusiva, adattiva e preventiva».
Il ruolo dello Psicologo dello Sport

A livello internazionale sempre più Federazioni e Società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi/ghe con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati/e un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. Tutto ciò lo stanno dimostrando queste Olimpiadi in corso con 36 atleti veneti che vi partecipano e con risultati eccellenti. La letteratura scientifica da tempo riconosce il ruolo della componente psicologica nel conseguimento di risultati sportivi e nel processo di maturazione dell’atleta.
Quanto può incidere un percorso di psicologia dello sport nelle prestazioni e nei risultati?

«Queste sono le Olimpiadi delle emozioni- spiega Marcella Bounous- psicologa, membro della Consulta dell’Ordine e Direttrice Master di Psicologia dello Sport – IUSVE- . Aldo Montano ha parlato di emozioni per ben cinque volte nella stessa intervista. Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito; basta il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati».
Marcella Bounous

Prosegue: «Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione (es. mental imagery o motor imagery), la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e l’incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali. Un percorso di preparazione mentale va cucito addosso all’atleta, in quanto ogni atleta è unico; va strutturato sulla base delle reali caratteristiche del soggetto».

Conclude: «Lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specie-specifico, conoscerne il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. Non esistono soluzioni miracolose: allenare la mente necessita di grande motivazione, di sistematicità, di impegno e di tempo. Forse nello sport di oggi la “testa” è il fattore che può fare la differenza accanto alla preparazione fisica e tecnica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente. Quello che alle volte si ignora ancora è quanto la mente sia in grado di influire sull’apprendimento e sul miglioramento del gesto tecnico e sulla gestione della gara».

La psicologia dello sport si occupa dell’aspetto mentale, emozionale e comportamentale collegato alle prestazioni degli atleti e delle squadre nel contesto sportivo.
In quale modo lo psicologo dello sport può aiutare l’atleta o l’allenatore?

Marta Ghisi
«Lo/la psicologo/a, interagendo con tutte le figure che ruotano attorno all’atleta, lo/la aiuta a “coltivare” e portare avanti l’integrazione corpo-mente» spiega Marta Ghisi – Psicologa, psicoterapeuta, membro della Consulta dell’Ordine e docente dell’Università di Padova. Infatti,una prestazione sportiva è costituita dalla somma delle capacità fisiche e mentali, oltre a quelle tecniche e tattiche, tutte necessarie all’espressione della massima performance. È fondamentale quindi che mente e corpo vengano allenati a collaborare come un team. Lo/la psicologo/a dello sport interviene attraverso sia tecniche fisiologiche, in grado di influire sulle componenti mentali, sia tecniche cognitive, in grado di influire sulle componenti fisiche. La psicologia aiuta atleti/e e allenatori/trici di sport sia individuali, sia di squadra con diversi obiettivi e strategie di intervento: per uno sport di squadra facilitare i processi di comunicazione, promuovere un buon clima relazionale, lavorare per favorire il passaggio da gruppo a squadra, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione di squadra».

Conclude: «Nello sport individuale l’intervento è mirato alle esigenze del singolo/a atleta, come l’autoregolazione delle emozioni (es. ansia e rabbia), la gestione e la riformulazione dei pensieri disfunzionali con l’obiettivo di incrementare il benessere e la prestazione dell’atleta. Il compito dello/a psicologo/a dello sport è mettere in primo piano il benessere psicofisico dell’atleta in relazione alle diverse fasce d’età, favorendo quindi la massima espressione del suo potenziale. La vittoria diventa così una conseguenza di un percorso strutturato, condiviso e costruito assieme all’atleta e allo staff coinvolto». Marcella Bounous: «Non esistono soluzioni miracolose: servono competenze, impegno e tempo»

3.8.2021 – A Tokyo l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla Vice Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto Fortunata Pizzoferro: «L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti. Lo sport, l’attività motoria e l’esercizio fisico, entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana acquisendo un ruolo importante per la crescita psicofisica armonica e come esperienza inclusiva, adattiva e preventiva.»

Il ruolo dello Psicologo dello Sport

A livello internazionale sempre più Federazioni e Società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi/ghe con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati/e un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. Tutto ciò lo stanno dimostrando queste Olimpiadi in corso con 36 atleti veneti che vi partecipano e con risultati eccellenti. La letteratura scientifica da tempo riconosce il ruolo della componente psicologica nel conseguimento di risultati sportivi e nel processo di maturazione dell’atleta.

Quanto può incidere un percorso di psicologia dello sport nelle prestazioni e nei risultati?

«Queste sono le Olimpiadi delle emozioni- spiega Marcella Bounous- psicologa, membro della Consulta dell’Ordine e Direttrice Master di Psicologia dello Sport – IUSVE- .Aldo Montano ha parlato di emozioni per ben cinque volte nella stessa intervista. Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito; basta il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati.

Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione (es. mental imagery o motor imagery), la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e l’incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali”.

Un percorso di preparazione mentale va “cucito addosso all’atleta”, in quanto ogni atleta è unico; va strutturato sulla base delle reali caratteristiche del soggetto.

Lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specie-specifico, conoscerne il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. Non esistono soluzioni miracolose: allenare la mente necessita di grande motivazione, di sistematicità, di impegno e di tempo. Forse nello sport di oggi la “testa” è il fattore che può fare la differenza accanto alla preparazione fisica e tecnica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente. Quello che alle volte si ignora ancora è quanto la mente sia in grado di influire sull’apprendimento e sul miglioramento del gesto tecnico e sulla gestione della gara.»

La psicologia dello sport si occupa dell’aspetto mentale, emozionale e comportamentale collegato alle prestazioni degli atleti e delle squadre nel contesto sportivo.

In quale modo lo psicologo dello sport può aiutare l’atleta o l’allenatore?

«Lo/la psicologo/a, interagendo con tutte le figure che ruotano attorno all’atleta, lo/la aiuta a “coltivare” e portare avanti l’integrazione corpo-mente» spiega Marta Ghisi – Psicologa, psicoterapeuta, membro della Consulta dell’Ordine e docente dell’Università di Padova. Infatti,una prestazione sportiva è costituita dalla somma delle capacità fisiche e mentali, oltre a quelle tecniche e tattiche, tutte necessarie all’espressione della massima performance. È fondamentale quindi che mente e corpo vengano allenati a collaborare come un team. Lo/la psicologo/a dello sport interviene attraverso sia tecniche fisiologiche, in grado di influire sulle componenti mentali, sia tecniche cognitive, in grado di influire sulle componenti fisiche. La psicologia aiuta atleti/e e allenatori/trici di sport sia individuali, sia di squadra con diversi obiettivi e strategie di intervento: per uno sport di squadra facilitare i processi di comunicazione, promuovere un buon clima relazionale, lavorare per favorire il passaggio da gruppo a squadra, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione di squadra. Nello sport individuale l’intervento è mirato alle esigenze del singolo/a atleta, come l’autoregolazione delle emozioni (es. ansia e rabbia), la gestione e la riformulazione dei pensieri disfunzionali con l’obiettivo di incrementare il benessere e la prestazione dell’atleta. Il compito dello/a psicologo/a dello sport è mettere in primo piano il benessere psicofisico dell’atleta in relazione alle diverse fasce d’età, favorendo quindi la massima espressione del suo potenziale. La vittoria diventa così una conseguenza di un percorso strutturato, condiviso e costruito assieme all’atleta e allo staff coinvolto.» A Tokyio l’Italia vince medaglie e raggiunge risultati eccellenti, in Veneto nasce la “Consulta Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” istituita dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Un team di professionisti coordinato dalla vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto Fortunata Pizzoferro: “L’obiettivo è di favorire la nascita di sinergie e collaborazioni con stakeholder legati nell’ambito dello sport, della salute e del benessere psicofisico per promuovere la conoscenza del valore della psicologia dello sport, in tutti i contesti sportivi: giovanili, tra i dilettanti e i professionisti. Lo sport, l’attività motoria e l’esercizio fisico, entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana acquisendo un ruolo importante per la crescita psicofisica armonica e come esperienza inclusiva, adattiva e preventiva”.

Il ruolo dello Psicologo dello Sport

A livello internazionale sempre più Federazioni e Società sportive si avvalgono della collaborazione di psicologi/ghe con formazione in psicologia dello sport, ormai considerati/e un’essenziale risorsa di affiancamento nei percorsi di allenamento, per migliorare le prestazioni attraverso il potenziamento delle abilità mentali indispensabili per favorire nell’atleta la capacità di autoregolazione emotiva e di concentrazione. Lo sguardo dello psicologo va oltre, si occupa di tutte le fasi che caratterizzano la vita sportiva dell’atleta, dal recupero degli infortuni alla transition career, ai problemi legati alla salute mentale. Tutto ciò lo stanno dimostrando queste Olimpiadi in corso con 36 atleti veneti che vi partecipano e con risultati eccellenti. La letteratura scientifica da tempo riconosce il ruolo della componente psicologica nel conseguimento di risultati sportivi e nel processo di maturazione dell’atleta.

Quanto può incidere un percorso di psicologia dello sport nelle prestazioni e nei risultati?

“Queste sono le Olimpiadi delle emozioni – spiega Marcella Bounous – psicologa, membro della Consulta dell’Ordine e Direttrice Master di Psicologia dello Sport – IUSVE– . Aldo Montano ha parlato di emozioni per ben cinque volte nella stessa intervista. Come psicologa dello sport sto seguendo a distanza atleti che stanno partecipando alle Olimpiadi in Giappone. La presenza dello psicologo a “bordo campo” non è sempre necessaria, il lavoro che facciamo con gli atleti li deve rendere indipendenti, altrimenti non avremmo svolto bene il nostro compito; basta il pc e il telefono, abbiamo uno scambio quotidiano di dati”.

“Un percorso di psicologia dello sport può incidere positivamente sulla prestazione, in quanto allena le abilità mentali coinvolte nella performance, quali l’attenzione e la concentrazione, il decision making, le capacità immaginative e di visualizzazione (es. mental imagery o motor imagery), la gestione dell’attivazione, la capacità di recuperare da un errore o da una sconfitta: in parallelo incrementa il benessere dell’atleta, in quanto sviluppa abilità di gestione dello stress, di mantenimento e l’incremento della motivazione, la formulazione di obiettivi funzionali, tutte abilità generalizzabili in qualsiasi altro ambito di vita. “Se la mia mente può concepirlo, allora io posso compierlo” diceva il grande Muhammad Ali”.

“Lo psicologo dello sport deve conoscere lo sport specie-specifico, conoscerne il linguaggio, le regole e osservare l’atleta nel suo ambiente di allenamento e di gara. Non esistono soluzioni miracolose: allenare la mente necessita di grande motivazione, di sistematicità, di impegno e di tempo. Forse nello sport di oggi la “testa” è il fattore che può fare la differenza accanto alla preparazione fisica e tecnica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente. Quello che alle volte si ignora ancora è quanto la mente sia in grado di influire sull’apprendimento e sul miglioramento del gesto tecnico e sulla gestione della gara”.

In quale modo lo psicologo dello sport può aiutare l’atleta o l’allenatore?

“Lo/la psicologo/a, interagendo con tutte le figure che ruotano attorno all’atleta, lo/la aiuta a “coltivare” e portare avanti l’integrazione corpo-mente – spiega Marta Ghisi – Psicologa, psicoterapeuta, membro della Consulta dell’Ordine e docente dell’Università di Padova. Infatti, una prestazione sportiva è costituita dalla somma delle capacità fisiche e mentali, oltre a quelle tecniche e tattiche, tutte necessarie all’espressione della massima performance. È fondamentale quindi che mente e corpo vengano allenati a collaborare come un team”.

“Lo/la psicologo/a dello sport interviene attraverso sia tecniche fisiologiche, in grado di influire sulle componenti mentali, sia tecniche cognitive, in grado di influire sulle componenti fisiche. La psicologia aiuta atleti/e e allenatori/trici di sport sia individuali, sia di squadra con diversi obiettivi e strategie di intervento: per uno sport di squadra facilitare i processi di comunicazione, promuovere un buon clima relazionale, lavorare per favorire il passaggio da gruppo a squadra, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione di squadra”.

“Nello sport individuale l’intervento è mirato alle esigenze del singolo/a atleta, come l’autoregolazione delle emozioni (es. ansia e rabbia), la gestione e la riformulazione dei pensieri disfunzionali con l’obiettivo di incrementare il benessere e la prestazione dell’atleta. Il compito dello/a psicologo/a dello sport è mettere in primo piano il benessere psicofisico dell’atleta in relazione alle diverse fasce d’età, favorendo quindi la massima espressione del suo potenziale. La vittoria diventa così una conseguenza di un percorso strutturato, condiviso e costruito assieme all’atleta e allo staff coinvolto”

Luglio

Fanno mestieri diversi, hanno storie diverse e contano su numeri diversi. Ma in questa delicatissima partita hanno un tutti elemento in comune: lanciano un appello a vaccinarsi e si dichiarano «pronti a procedere con le sospensioni dall'albo appena arriveranno gli elenchi dell'Ulss». Per i presidenti degli Ordini sanitari di Padova sono giornate frenetiche aspettando l'evoluzione di una situazione non certo semplice da gestire: in tutta la provincia si contano oltre quattromila operatori sanitari non vaccinati e l'applicazione del decreto 44 potrebbe portare dal mese di agosto alle tanto discusse sospensioni. Con buona pace di reparti ospedalieri e case di riposo che rischiano di trovarsi con seri problemi di organico.
I PROSSIMI PASSI
Il decreto prevede che a far scattare le sospensioni dall'attività lavorativa (fino al 31 dicembre oppure fino al momento della vaccinazione) sia l'Ulss Euganea per tutti i sanitari residenti in provincia di Padova. Molti fascicoli sono già stati chiusi e le lettere sono in partenza. Gli Ordini interverranno poi in seconda battuta sospendendo gli stessi professionisti anche dall'albo.
L'altro ieri la Regione Veneto ha diffuso i dati ufficiali, aggiornati al 20 luglio, che dimostrano come la provincia di Padova sia quella con il maggior numero di sanitari non vaccinati: sono 4.088 (la tabella dettagliata è pubblicata qui sopra).
La categoria più rappresentata è quella degli infermieri con 902 non vaccinati. Seguono i medici con 725 e gli psicologi con 565, poi troviamo via via farmacisti, biologi, ostetriche e altre figure professionali.
Per le categorie più rappresentative la percentuale dei non vaccinati si aggira tra il 10 e il 15%. Attenzione, però: questi numeri non comprendono solo i sanitari dichiaratamente No Vax. I dati riguardano infatti tutti quelli che per un motivo o per l'altro non risultano vaccinati. I demansionamenti o addirittura le sospensioni scatteranno per chi non ha presentato alla commissione alcun valido motivo di salute.
TRASPARENZA
Domenico Crisarà guida un'Ordine dei Medici che conta settemila iscritti. I non vaccinati residenti in provincia di Padova sono 725 e si stimano che siano 70 quelli che operano nel Servizio sanitario regionale tra medici ospedalieri, specialisti dei distretti e dottori di famiglia. Tutti gli altri sarebbero liberi professionisti e odontoiatri.
«Attendiamo che l'Ulss completi le procedure e proceda alle sospensioni, poi noi procederemo alla ratifica con le sospensione dall'albo - assicura Crisarà - Questi signori saranno dei laureati in Medicina ma non saranno considerati medici abilitati a prestare servizio. Se lo faranno abusivamente, saranno denunciati in Procura».
Ma c'è anche una nuova mossa: «Indipendentemente dalle sospensioni che deciderà di fare l'Ulss, noi in ogni caso abbiamo chiesto gli elenchi con i nomi di tutti coloro che hanno rifiutato il vaccino per poterli pubblicare. Naturalmente mi riferisco solo a chi non ha una giustificazione: se invece un medico è in possesso di un certificato che attesta l'impossibilità a vaccinarsi è un altro discorso. Per quanto riguarda i rifiuti, credo sia importante rendere tutto trasparente, a garanzia dei cittadini».
L'APPELLO
Dai medici agli infermieri. Oggi iscritti all'Ordine di Padova sono 7.500 e il presidente dell'Ordine Fabio Castellan stima che sono circa 100 gli infermieri che hanno già dichiarato ufficialmente di non volersi vaccinare. Per tutti gli altri (i non vaccinati sono appunto 902) sono state aperte procedimenti di valutazione dall'apposita commissione Ulss. «Aspettiamo gli elenchi per poi procedere con le sospensioni dall'albo, intanto rinnoviamo l'appello a vaccinarsi».
LA SPERANZA
I farmacisti iscritti all'Ordine sono invece 1.760 e quelli non vaccinati residenti in provincia sono 123. «Mi auguro che almeno la metà abbia una buona giustificazione - riflette il presidente Giovanni Cirilli - I problemi possono sorgere soprattutto nelle piccole farmacie dove magari ci sono due o tre persone e sono tutte non vaccinate. Non possono essere chiuse perché sennò si interrompe un pubblico servizio, ma così non va bene». E sulle sospensioni dall'albo, Cirilli non perde tempo: «Aspettiamo i nominativi, abbiamo già preparato la lettera vidimata dai nostri avvocati in modo da fare le cose con la massima precisione, senza rischiare nulla».
RESPONSABILITÁ
I veterinari iscritti all'Ordine di Padova sono 630 e quelli non vaccinati residenti in questa provincia sono 97. «Non è una bella situazione, speravo fossero meno - ammette la presidente Ambra Bacchin - Vaccinarsi è un atto di responsabilità. Ne ho sentiti molti per capire le loro motivazioni ma non c'è stato nulla da fare, sono fermi sul loro convincimento spesso senza solidi ragionamenti scientifici. Quelli che operano nel Servizio pubblico regionale sono meno di una decina, gli altri sono liberi professionisti. Aspettiamo gli elenchi per procedere».
Sui concetti di «responsabilità» e di «valore sociale» batte il tasto anche Luca Pezzullo, presidente dell'Ordine regionale degli psicologi che vede a Padova 2.500 iscritti. In questa provincia i non vaccinati sono 565. «La stragrande maggioranza dei colleghi è vaccinata ma purtroppo molti hanno informazioni che non sono non corrette sui vaccini. Continuo a fare appelli alla vaccinazione, per noi ma anche ovviamente per proteggere quelli che sono i nostri pazienti. È davvero il momento di fare uno sforzo tutti assieme, dico sempre che uscire dall'emergenza è uno sport di squadra. Ho lavorato con la Protezione civile in molte catastrofi come i terremoti in Emilia e Abruzzo ed è sempre stato così. Ripeto, se ne esce tutti assieme, da squadra». Una squadra che dal prossimo mese rischierà però di avere più di uno squalificato.
Gabriele Pipia

Giugno

Addio mascherina, ma non del tutto«Ormai è la nuova normalità»
Zaia plaude al governo. I virologi danno l’okay. Lo psicologo: oggetto odiato ma anche amato
Portata malamente, sulla bocca ma non sul naso, sul naso ma non sulla bocca, sul mento, penzoloni da un orecchio, al gomito o tipo braccialetto, da lunedì la mascherina tornerà nel cassetto o meglio, in tasca, pronta all’uso sì, ma senza obbligo con relativa sanzione (peraltro non risulta ne sia mai stata elevata una).

L’ha deciso il Comitato tecnico scientifico, l’ha confermato il ministro della Salute Roberto Speranza e la notizia è accolta di buon grado dal presidente della Regione Luca Zaia il cui monito («Sì mascherina, no assembramenti») campeggia in sovraimpressione nelle dirette tivù dall’inizio della pandemia: «È una scelta che va nella direzione giusta, anche se questo non significa “festa della liberazione”, perché il virus è ancora fra noi. Si provveda a formalizzarla quanto prima».

Accessorio simbolo della battaglia contro il Covid, prima liquidata come superflua, poi imposta perché indispensabile, al centro di polemiche feroci (ricordate quella sul «tessuto non tessuto» regalato in milioni di pezzi da Fabio Franceschi di Grafica Veneta?) ed inchieste giudiziarie (in una è finita nel mezzo pure l’ex presidente della Camera Irene Pivetti), introvabili al punto da diventare merce rara sul mercato nero e su quelli «paralleli», infine abbandonata a decine di scatoloni sotto sperdute tettoie (tipo quella di Oderzo, nel Trevigiano), la mascherina diventerà secondo Zaia nel prossimo futuro un’accessorio imprescindibile per quanto di raro utilizzo, come l’ombrello: «Dovrà rimanere a portata di mano per essere utilizzata ogni volta che sarà necessario. Per esempio in fila alla posta o sull’autobus. Certo con la bassa prevalenza che registriamo oggi nei test e nei bollettini epidemiologici possiamo dire che il rischio è davvero basso».

Concorda l‘immunologa Antonella Viola, che al Corriere del Veneto ha già spiegato perché non si devono temere le varianti («Dobbiamo smetterla con il terrorismo fatto ogni volta che ne compare una di nuova. Sappiamo che il virus muta, che continuerà a mutare e rimarrà endemico»), e invita a guardarsi attorno per rendersi conto che l’obbligo, prima ancora che per legge, è caduto per consuetudine: «Le persone hanno già tolto le mascherine. Se crediamo nei vaccini, dobbiamo andare necessariamente in questa direzione. Con il caldo la circolazione del virus è bassa, i contagi sono pochi e, salvo in condizioni di assembramento, le mascherine all’aperto non servono».

In effetti, riconosce il sociologo Stefano Allievi, con questa decisione la politica fa ben poco di rivoluzionario, semplicemente si adegua ad una tendenza che è già nei fatti, giustificata, come diceva la stessa Viola, dalle argomentazioni pro-Vax per cui delle due, l’una: o ci si fida dei vaccini o non ci si fida e se ci si fida, allora il riporre la mascherina non può essere tacciato di gesto estremo no-Mask. «Ma non credo che la abbandoneremo del tutto - spiega Allievi - perché ormai è entrata a far parte della nostra nuova normalità post pandemica. Guardavamo con sorrisi sardonici i turisti orientali in giro per Venezia o in coda all’aeroporto con la mascherina, ora faremo lo stesso anche noi europei e nessuno si scandalizzerà o ironizzerà più. In questo senso - prosegue il sociologo dell’università di Padova - un ruolo decisivo l’hanno avuto e l’avranno le nuove generazioni, i bambini e i ragazzi che a dispetto della retorica che li vorrebbe sempre capricciosi, ribelli e refrattari alle regole, si sono invece adattati all’uso degli strumenti di protezione individuale con spirito assai più encomiabile degli adulti».

Già, annuisce Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto: «E pensare che c’erano genitori che si infervoravano sostenendo di volerli difendere dall’uso della mascherina a scuola... Ciò che abbiamo visto è che invece proprio i più piccoli, i bambini delle elementari, sono stati i più disciplinati e senza che questo abbia provocato loro alcun contraccolpo sul piano fisico o psicologico. Emotivamente l’imposizione della mascherina si è sentita assai meno di quanto si temesse». Quanto agli adulti, Pezzullo rileva un‘ambivalenza: «La mascherina è odiata ma anche amata. Molti hanno accolto la decisione del Cts come una liberazione, specie ora che fa così caldo, ma altrettanti sono restii a toglierla perché ne hanno sperimentato l’utilità a fronte di un fastidio tutto sommato limitato. Adesso ci sembra strano che un estraneo entri nella nostra sfera privata senza mascherina. E poi dovremo riabituarci a gestire i segnali non verbali: certi sorrisini, di qui in avanti, non saranno più coperti dalla mascherina».
Marco Bonet