È una domanda che, lavorando privatamente con richiedenti asilo e rifugiati, mi sono posta in questi giorni. La presente riflessione è nata dal confronto con ex colleghe di equipe multidisciplinare, in particolare con la psicologa Marika Borsato, senza la quale avrei scritto con un occhio chiuso. Una doverosa premessa è che la prospettiva di riflessione è circoscritta alla mia esperienza professionale con uomini prevalentemente non vulnerabili e di provenienza subsahariana. La prima risposta, forse banale, che mi sono data è: “stanno più o meno come tutte le persone che vivono in Italia. Ovvero, dipende”. “Dipende” è una gran risposta per chi la dà, e particolarmente fastidiosa per chi la riceve. 

Per sviscerare un po’ il “dipende”, è utile rispondere a una domanda preliminare: chi sono i richiedenti asilo e rifugiati oggi, nel nostro territorio? 

Certamente sono persone che provengono da un contesto socioculturale diverso dal nostro. Molti in passato hanno vissuto esperienze traumatiche o fortemente stressanti, che possono essere il motivo per il quale hanno lasciato il paese, o esperienze vissute durante il percorso migratorio. La maggior parte vive in Italia da meno di 5 anni, dunque in un altro continente rispetto alla famiglia, ammesso che non l’abbiano persa prima o dopo il percorso migratorio. Molti, inoltre, hanno una situazione giuridica precaria, ovvero vivono un senso di instabilità nella permanenza regolare in Italia per questioni legate al permesso di soggiorno.

Se quelli appena citati sono fattori comuni alla maggior parte dei richiedenti asilo e rifugiati, vi sono d’altro canto importanti differenze, non solo individuali. In generale, una prima differenza riguarda la cultura e il processo di integrazione nel contesto italiano, che concorrono nella costruzione dei significati, delle lenti attraverso le quali leggere ciò che sta accadendo (anche) in questo periodo storico. In questo senso, un’ulteriore differenza nella percezione e nel vissuto della situazione attuale risiede nella possibilità o meno di essere sostenuti da interventi di mediazione culturale, dei quali per lo più possono usufruire persone che vivono in un contesto di accoglienza. Per contrasto, influisce anche il non avere un confronto con mediatori culturali, né con operatori dell’accoglienza o con una rete sociale di sostegno di riferimento, in particolare quando si aggiunge una difficoltà di comprensione linguistica. E in questa situazione, peraltro, si collocano molti dei richiedenti asilo clienti dello studio legale con il quale collaboro.

Le variabili, dunque, sono moltissime. Per una riflessione sul fenomeno può essere utile affrontare quegli aspetti macroscopici e generali che possano aiutare a rispondere alla domanda iniziale, e a specificare cosa significa il provocatorio “stanno più o meno come noi”.

In che senso vivono questa situazione “come noi”?

Elementi di comunanza riguardano l’evoluzione della percezione della portata del fenomeno: se inizialmente le misure di tutela della salute pubblica potevano essere vissute come esagerate, vi è stata una progressiva comprensione e adattamento. Così come noi inizialmente sottostimavamo il fenomeno quando ascoltavamo le notizie provenienti dalla Cina.

Anche nella chiusura in casa (o in un centro di accoglienza) i vissuti possono essere simili, sebbene per ragioni di fondo diverse dalle nostre. In primis è simile il risultato derivante da un sovraccarico di informazione, e da una difficoltà a comprendere le notizie e di discriminare le fonti autorevoli dalle “fake news”.  C’è chi ha pensieri ricorrenti, preoccupazione per sé, la propria famiglia e il futuro lavorativo, vissuti d’ansia, emersione o riemersione di sintomatologia paranoica (che spesso rappresenta il modo migliore di inserire questi nuovi elementi di contesto nei propri costrutti fortemente legati alla cultura). Ma anche chi vive la situazione con serenità, propositività, fatalismo o “positive thinking”. 

In che senso vivono la situazione in modo diverso “da noi”?

Riflettendo sugli elementi di differenza, senza approssimare relegando tutto a differenze culturali, né di avere pretesa di esaminare ogni particolarità individuale, sono diversi gli spunti che emergono.

  • Visione del presente come fattore protettivo. Chi lavora o ha lavorato con immigrati ha avuto molte volte a che fare con una diversità nella percezione e visione del tempo. Se nella nostra società, talvolta troppo frenetica, lo sguardo è spesso rivolto in avanti, nella progettazione, pianificazione e organizzazione, in altri contesti lo sguardo è per lo più rivolto al presente. Oltre alle componenti culturali, una chiave di lettura psicologica può riguardare la necessità di adattamento e una forma di difesa. La sofferenza di chi vive in un contesto di pericolo per la propria vita o di precarietà (zone di guerra, rotta balcanica, viaggio nel deserto, forti difficoltà economiche…) sarebbe amplificata da tentativi di anticipare cosa potrebbe accadere in futuro. In quest’ottica, per molti ha senso focalizzarsi sul presente, vivendo giorno per giorno.

  • Percezione di immunità: un’arma a doppio taglio. Per molti richiedenti asilo e rifugiati, la religione vissuta con un forte aspetto deterministico rappresenta un importante fattore protettivo, oggi come nei momenti peggiori del percorso migratorio. In alcuni questo conferisce un senso di immunità: “se prego, andrà tutto bene”. Questa percezione di immunità può essere rafforzata da una diffusa credenza che gli africani non possano contrarre il COVID19, o da una convinzione darwiniana che se sono sopravvissuti ad un percorso migratorio tanto duro possono sopravvivere a qualunque avvenimento estremo. Se da un punto di vista psicologico ciò possa rappresentare un eccezionale meccanismo di difesa, può dall’altro lato esporre al rischio di contrarre o veicolare il virus nella misura in cui l’implicazione sia l’inosservanza delle norme di sicurezza.

  • Il COVID-19 nel paese di provenienza. Quasi tutti i richiedenti asilo provengono da zone di guerra o da paesi pervasi da difficoltà economiche e sociali. Se di norma chi ha una famiglia è preoccupato per i propri cari inseriti in quel contesto, o più in generale per i propri connazionali e il proprio paese, la situazione attuale di pandemia amplifica non solo questi vissuti, ma anche il senso di impotenza legato alla distanza geografica. Si aggiungono, poi, la diffusione sui social network delle carenze sanitarie nei paesi di provenienza, il passato timore per la diffusione dell’ebola e la minaccia che un vaccino contro il coronavirus possa essere testato in Africa. 

  • Difficoltà di accesso al sostegno psicologico. Come accadeva anche prima di questa emergenza sanitaria, e in particolare da quando la figura dello psicologo non è più prevista nelle strutture di accoglienza a seguito del “Decreto sicurezza”, è diventato più difficile l’accesso a percorsi di sostegno psicologico. In generale, è più difficile che un professionista possa intercettare un disagio con seguente presa in carico in collaborazione con il servizio pubblico. A maggior ragione, questa considerazione può essere estesa a coloro che non vivono più in una struttura di accoglienza, per non parlare della difficoltà di accedere ad una presa in carico privata (e in questo difficile-ma non impossibile rientrano alcuni dei miei pazienti). Questa ulteriore differenza tra “noi” e “loro” emerge ancora più accentuata in questo momento storico che vede la diffusione dell’esistenza di servizi gratuiti e numeri verdi rivolti alla popolazione, ma che di fatto spesso esclude una parte di persone che, ugualmente, potrebbe avere bisogno di sostegno. Cogliendo l’occasione di questa riflessione, condivido le iniziative promosse da alcune associazioni di cui sono venuta a conoscenza1.

  • Background migratorio come potenziale risorsa. Molti richiedenti asilo e rifugiati hanno vissuto esperienze traumatiche e fortemente stressanti legate al motivo per il quale hanno lasciato il paese e al percorso migratorio. Per coloro che hanno superato il trauma e reinserito l’esperienza in una più ampia cornice di senso, quello che sta accadendo forse può essere affrontato con più risorse. Inoltre, per molti l’attuale contesto di vita non è molto lontano da quello vissuto in questo periodo di quarantena. Basti pensare che erano all’ordine del giorno anche prima delle misure previste dai decreti: difficoltà lavorativa, precarietà, lontananza dalla famiglia, limitazione dei contatti sociali, partecipazione a funzioni religiose online (per carenza di luoghi di culto), impossibilità di partecipare a funerali di parenti residenti fuori dall’Italia e forte limitazione degli spostamenti nel territorio. In questo senso, è certamente peggiorata la qualità della vita di molti (forse più dei richiedenti asilo che dei rifugiati), ma con un divario minore rispetto alla condizione precedente le misure restrittive previste dagli ultimi decreti. Ciò non significa squalificare la loro sofferenza, al contrario: aprirsi alla possibilità di trovare punti di forza nell’affrontare quanto sta accadendo.

Quindi, come stanno vivendo richiedenti asilo e rifugiati in questo periodo? Da quanto posso osservare nel mio limitato spaccato, “stanno più o meno come tutte le persone che vivono in Italia”, nel senso che l’eventuale disagio, sofferenza o emersione di sintomi sono potenzialmente simili a quelli di tutti noi, ma per lo più si muovono da premesse diverse. 

contributo della dr.ssa Sara Vianello, psicologa e criminologa

A questo proposito, richiamo le iniziative di ascolto psicologico telefonico attivate in questo periodo di emergenza COV19 per i migranti da diverse associazioni: l’associazione Médecins du Monde – Missione Italia; ETNA - Progetto di ETNopsicologia Analitica; la piattaforma Mediterranea Saving Humans; l’Associazione Approdi.