‘La Comunità di Pratica’: con questo spirito accolgo l’invito a raccontare la mia esperienza alle colleghe e ai colleghi. Così come si racconta una storia, in modo evocativo e non sistematico.

In questo racconto i fili narrativi si accavalleranno, rendendo il pensiero non sempre fluido, come a rendere la viscosità e la turbolenza della situazione vissuta. Quattro i percorsi che si intrecciano: cosa è accaduto (i fatti), cosa ho sentito (le emozioni), il pensiero emergente dal contrasto dentro-fuori, ed infine un tentativo di sintesi.

Come è iniziato...

E’ il 21 febbraio, sera, sulla via del rientro da un corso di formazione, apprendo via sms che a Vo’ si sono registrati i primi due casi di Coronavirus. Penso, al momento, sia davvero uno scherzo di cattivo gusto. Ma no, è proprio vero.

Domenica 23, notte, le autorità istituiscono il cordone sanitario intorno al paese: ma cos’è?

Uno sbarramento transennato e presidiato notte e giorno da pattuglie di parà, polizia, finanza e carabinieri. Grandi fotocellule della protezione civile assicurano che lo spazio perimetrale sia sempre sotto controllo. Una condizione del tutto nuova, una realtà che si sviluppa dal nulla con l’imposizione improvvisa di un dispositivo sociale di sicurezza sanitaria in risposta all’insorgenza di un attacco da virus sconosciuto, potenzialmente letale. Da questo momento le disposizioni di ordine pubblico diventano vincolanti nella gestione ordinaria della tua vita personale e di quella collettiva, fino nei particolari. Le istituzioni, gli organi amministrativi: Comune, Regione, Prefettura, Stato, Forze dell’Ordine, Esercito, Sanità, da presenze abitualmente sullo sfondo, emergono come interlocutori di primo piano nella gestione minuta della tua vita, di quella di tutti. Come ai tempi della scuola, c’è qualcuno che ti dice cosa devi e cosa non devi fare. Dove puoi o non puoi andare. Qualcuno che rilascia o che toglie permessi. Per il tuo bene.

Da questo momento c’è un dentro e un fuori. E il dentro è infetto, e il fuori non lo è. E il dentro è pericoloso, e il fuori è salvo, è da proteggere. Nel dentro chiusi tutti i negozi, tranne gli alimentari e l’unica farmacia. Mascherine, guanti, tamponi per tutta la popolazione. 3300 abitanti, 4000 compreso chi si è trovato coinvolto.

Io vivo a Padova, ma realizzo che nei giorni precedenti sono stata a Vo’, ho fatto la spesa, ho bevuto il caffè al bar, ho mangiato con i vicini della casa in campagna, ho visto nel mio studio gli utenti a cui ho stretto la mano, ho due genitori novantenni… la scelta è presto fatta: quarantena volontaria. Sto dentro.

E tutta la mia vita ordinaria rimane fuori.

Lo stare dentro...

Decido di portare dei materiali informativi dell’Ordine agli impiegati del Comune che da 10 giorni, con turni massacranti, insieme agli amministratori, tengono aperti gli uffici. Un presidio sempre accessibile, che tenta di accogliere TUTTE le domande che arrivano. Ogni genere di domanda. Tutte DOMANDE NUOVE.

Trovo una specie di “cittadella” di comando lì in Comune, giocando con le parole è quasi una comune, sempre accessibile a chiunque salga le scale del palazzo comunale, nell’ampia piazza di Vo’. Una piazza divenuta un palcoscenico. Ci sono tutti: il coro di cronisti, telecamere, gli alpini, la protezione civile… e intorno i militari che fanno il confine, che delimitano la scena del contagio, il teatro delle azioni… E fuori c’è il pubblico, milioni di persone, gli occhi puntati sugli schermi che raccontano di quelle 3300 persone di Vo’ Euganeo.

Chi sono io in questo teatro? Ho un contributo da portare qui come psicologa in queste peculiari e nuove circostanze? Se sì, quale? Cosa portare a questa Comunità che negli anni ho imparato a conoscere e rispettare, e che mi sta ancora insegnando nei fatti qualcosa di importante? Ho visto più di una volta qualcuno lasciare senza esitazione il suo lavoro nel vigneto per correre a dare una mano al vicino col trattore guasto. E se tu valuti che puoi esserci, anche se per poco, per l’altro che è nei guai, sai che un domani questo favore ti sarà reso, forse non dalla stessa persona, ma non importa. L’importante è che rimanga viva la regola della reciprocità nell’aiuto. Questo rende forte e ancora sana la Comunità. Qui il tempo, come l’aiuto, è ancora circolare.

E in questo interrogarmi sul mio ruolo, vivo con preoccupazione l’impatto psicologico di questa situazione, e mi configuro rischi possibili: fragilità che si scompensano, agiti aggressivi… Siamo agli inizi della pandemia, l’ansia e il bisogno di risposte rassicuranti tengono tutti incollati alla Tv e ai mezzi di informazione. Tutti cerchiamo di riguadagnare sicurezza. Certo, anch’io cerco di riguadagnare la mia.

Chiedo al Sindaco se sia già arrivata una squadra di colleghi dell’emergenza che fa capo alla Protezione Civile. Mi risponde di no, dispiaciuto, ma ci sono cittadini che necessitano di un aiuto psicologico. So che lui è attivo giorno e notte nel suo “Ufficio al Fronte”. Si sta dando senza risparmio, con coraggio. Lì in piedi, in corridoio, indossando la mascherina, accetto la sua richiesta di esserci per uno spazio di ascolto. In consonanza con lo spirito di servizio che accomuna tutti in quel momento.

All’ospedale di Schiavonia in quei giorni i sanitari stavano sperimentando le tute e le visiere a protezione della propria integrità fisica. Ma io, lì negli uffici di frontiera, cosa potevo indossare come psicologa a protezione del mio essere operativa in zona rossa? Oltre al disinfettante e alla mascherina? C’era una protezione immateriale ma concreta da indossare per noi psicologi? Noi che ci occupiamo quotidianamente dell’immateriale concreto?

Forse per questo inconsapevole bisogno di una protezione – scrivo alla Presidenza dell’Ordine per informare della mia presenza attiva qui. Solo in seguito mi sono resa conto che rivolgendomi alla mia comunità di appartenenza avevo trovato e indossato l’abito, la tuta di protezione da usare in quel contesto così peculiare. Dal momento che non c’era la possibilità di un setting canonico, essere nel ruolo creava il mio setting interno, agendo come tuta protettiva a garanzia mia e degli utenti. Da allora, ogni giorno ho avuto un breve scambio col collega Luca Pezzullo, Presidente dell’Ordine e per un caso fortunato esperto in psicologia dell’emergenza. A lui va il mio doveroso e sentito grazie per il prezioso e competente contributo operativo, oltre che per il sostegno umano. Ricollegata al mio corpo sociale professionale ho ritrovato un’integrità all’identità che al momento mi appariva manomessa dall’essere stati ri-tagliati dal corpo sociale nazionale con l’istituzione della zona rossa.

Ho ritrovato così una radice di identità autonoma e generativa in una situazione che, nel giro di qualche giorno, ci aveva resi tutti improvvisamente esclusi, stigmatizzati, e dipendenti da regole esterne. Da quel momento in poi ho definito meglio come potevo pormi lì e che cosa avrei potuto fare: condividere l’abitudine all’automonitoraggio, al fare pensiero, all’accoglienza del pensiero, delle emozioni che richiedono spesso un intenso lavorio di traduzione in parole. Ho iniziato ad andare ogni giorno in Comune, in un ufficio dedicato per ricevere i cittadini, condividendo con le persone della “prima linea” il corridoio. Consonanze di vissuti ci accomunavano tutti: camminare per la strada con gli occhi bassi, perdere l’Altro come fonte di sicurezza e ritrovarlo come veicolo di contagio, provare autentica gioia per il sorriso dietro la mascherina del passante che invece di scansarsi ti accoglie, sentirsi in colpa coi familiari per il tuo essere fonte di pericolo, domandarsi profondamente il significato della parola responsabilità, tornare a casa la sera e fare docce interminabili per “pulirsi”.

La determinante emotiva prevalente? Non la paura, troppo presto forse. Era la vergogna. Vergogna per le dinamiche ingroup-outgroup innescate dall’aver diviso il corpo sociale in due, e noi pericolosi, brutti e sporchi, contagiosi. Poi la rabbia per lo sciacallaggio di chi ha voluto profittare della situazione per farsi pubblicità. L’amarezza, lo sconforto per un’autentica oblatività misconosciuta e maltrattata dall’invidia altrui. Infine, grandissima, quasi indicibile, silenziosa, la paura per la perdita della salute. Taciuta infine la paura della perdita della vita.

Pensieri e azioni per il dopo, per il fuori…

Ecco la sfida che mi sono data: trovare nuovi strumenti per pensare, per uscire dalla rabbia e dall’amarezza, per trasformare tutto questo nella dignità della consapevolezza di non essere quelli che subiscono, ma quelli che decidono di esercitare la propria responsabilità individuale come vantaggio per sé e verso la collettività. Ho assistito alla nascita di una posizione di dignità, anche questa per fortuna contagiosa. Bonificando la vergogna attraverso la responsabilità ci si poteva legittimamente aspettare che questo sforzo fosse riconosciuto e rinforzato dall’esterno, ci fosse cioè rispetto e non stigma.

La pandemia innesca quasi istantaneamente dispositivi di trasformazione sociale che produrranno comportamenti che diverranno con ogni probabilità permanenti. Una minaccia radicale alla sicurezza diventa una fonte di innovazione sociale. E’ ora cruciale avere una chiara consapevolezza nelle scelte di come agire e cosa introdurre come innovazione sociale dal punto di vista della salute psicologica, con pari dignità della salute “somatica”.

In sostanza, avendo assistito e preso parte a questo formidabile fenomeno di ‘scambio figura/ sfondo’ fra istituzioni e singoli, e avendo inaspettatamente potuto risuonare in un ruolo professionale “istituzionale”, mi sono resa conto della urgente necessità di prendere posto come categoria in questa nuova scena. Un posto che i tempi ci invitano ad occupare a pieno titolo perché essenziale per la salute. Da occupare con la responsabilità di chi agisce sulla base di una chiamata collettiva e quindi con la dignità che ne deriva.

Contributo di Eleonora Fantinel, psicologa.