• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

"Potrebbe essere l'ultima". Tutti fuori con il sole. I distinguo del prefetto e l'ira del Presidente ANCI

"Potrebbe essere l'ultima". Tutti fuori con il sole. I distinguo del prefetto e l'ira del Presidente ANCI


Venezia. C’è qualcosa, di ancestrale quando, com’è accaduto in questi giorni, piazze, spiagge e rifugi si sono riempiti di gente che «doveva uscire» come se non ci fosse un domani. La molla, arcaica, è «se tutti escono allora è sicuro, posso uscire anch’io». Questa è la reazione del «branco». «Branco» nel senso etologico, delle abitudini e degli ancestrali meccanismi di scelta. Lo spiega Luca Pezzullo, specialista in psicologia dell’emergenza e presidente dell’Ordine degli Psicologi: «I fattori che determinano la scelta di uscire, di mescolarsi alla folla e quindi, oggettivamente, di rischiare il contagio sono più d’uno. C’è la percezione di una risorsa che sta terminando: la possibilità di uscire. Paventando un nuovo lockdown, il sole è stato un invito a fare incetta di “libertà” senza rendersi conto che così facendo si peggiora la possibilità di tornare a goderne presto. C’è poi un altro fattore: la cosiddetta “pressione di normalizzazione della maggioranza”. In una situazione di pericolo si attivano parti arcaiche del nostro cervello. Se “gli altri” escono allora può essere sicuro uscire. Etologicamente siamo governati, davanti a un pericolo, da strutture cerebrali profonde. Quelle che servivano agli uomini primitivi per restare vivi. La diffidenza davanti alla novità ad esempio. A marzo il Covid era un pericolo sconosciuto, nuovo e misterioso, ci si è adattati a chiudersi in casa. Ora, nonostante i contagi siano anche più alti, è qualcosa che ci spaventa meno perché sentiamo di conoscerlo di più. È come con l’aereo, sappiamo che è meno rischioso di un’auto ma siamo comunque inquieti quando voliamo. Ecco, il Covid a marzo era un aereo, ora è percepito come un’auto».

Sul piano squisitamente formale di assembramenti «illegali» ce ne sono stati pochi. Renato Franceschelli, prefetto di Padova, spiega: «Ah finché si sta seduti al tavolo, con il giusto distanziamento, non si trasgredisce. Non mi preoccuperei tanto dei bar ma molto di più degli affollamenti che ho visto in Prato della Valle. Ciò detto, credo questo Paese debba fare pace con sé stesso: o si chiude o si lascia aperto. I controlli ci sono, e non da oggi. L’uso delle mascherine è tendenzialmente rispettato ma gli assembramenti restano il tema più preoccupante. Per scongiurarli serve responsabilità personale o la chiusura di alcune parti di città...».

L’esasperazione di chi deve governare una città piena di gente che non viola espressamente la norma ma che neppure rinuncia allo struscio in piazza si taglia col coltello. «Avevo Treviso zeppa di gente in giro - si sfoga il sindaco e presidente di Anci Veneto Mario Conte - i cittadini non hanno capito la ratio, l’importanza di fare piccoli sacrifici. Erano piene Padova, Noventa di Piave, Jesolo, le località di montagna. Da non crederci, si chiudono i centri commerciali solo per vedere spostarsi altrove la folla. È estenuante: si cerca un equilibrio fra la tutela della salute e la garanzia di un minimo di libertà. Poi però non si riesce a sacrificare una sola giornata da passare a casa anziché fuori. Di questo passo serviranno restrizioni non certo su scala solo comunale». Conte spiega, con amarezza, che le e-mail del Comune sono intasate dalle proteste di chi chiede più controlli («ma per 50 mila abitanti ho solo 20 agenti»), di chi grida allo scandalo «perché 400 euro di multa sono troppi» tanto che, aggiunge «sto scrivendo una lettera di solidarietà ai sindaci che in questo momento sono letteralmente massacrati. Eppure dovremmo avere un grande rispetto per chi è morto, per chi sta soffrendo e per chi sta lavorando per superare questa crisi sanitaria. Non dovrebbero servire Dpcm...invece è arrivato il momento di stringere la cinghia e attuare misure più restrittive».

Non bastano, evidentemente, gli appelli da brivido come quello rilanciato sui social dalla dottoressa Maria Rita Marchi (primaria di pneumologia dell’Ulss 6 già malata di Covid) a commento di una foto-simbolo degli ultimi giorni: tavolini al sole e quasi nessuno con la mascherina. «Siamo lì, pronti, nei nostri fortini ospedalieri trasformati in trincee Covid. Avevamo sperato in qualche mese di tregua ma non ce l’avete concesso...la voglia di normalità genera egoismo, indifferenza e ostinazione. E noi siamo qui. Pronti ad accogliere le vostre debolezze che hanno generato il rischio...siete in tanti...ma non vi giudichiamo. La nostra gioia più grande è quella di riuscire a dimettervi e non di recriminare sulla vostra superficialità. Buono spritz».