• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

Non sapevo di avere un no-vax in casa

Non sapevo di avere un no-vax in casa


“Ho l’opportunità di ricevere il vaccino anti covid tra una settimana. Ma penso di rifiutare”. Me l’ha detto mentre stavamo cenando, buttato lì tra un “com’è andata la settimana” e “certo che in questi giorni sta facendo davvero freddo”. Neanche mi ha guardata in faccia, torturava con la forchetta il cibo rimasto nel piatto, ma l’ho notato lo stesso l’imbarazzo nel suo sguardo. O forse era timore per la mia replica: evidentemente, lo avrebbe scoperto dopo pochi minuti, non mal riposto. First reaction: shock. Forse ho capito male. “In che senso?”, ancora attonita, come se di sensi ce ne potessero poi essere diversi. Eccola lì, una persona a me cara, che per una questione di privacy chiamerò “Familiare Zero”, mi stava confessando il suo segreto: era un occasionale no-vax.

Ora, io del mio Familiare Zero ho un ottimo concetto, stimo molto la sua intelligenza. Ci tengo a sottolinearlo anche alla luce del fatto che nella successiva fase della conversazione temo di averlo definito “idiota” più volte. Nello specifico, quando a giustificazione della sua presa di posizione, mi elencava queste motivazioni: “Poi mi verrà la febbre alta come reazione al vaccino”, “mi sono confrontata con i miei colleghi e non lo fa nessuno”, “è troppo presto”.

Il bersaglio mi veniva servito su un piatto d’argento. L’ho visto trasformarsi in bistecca, come nei cartoni animati in cui gli animali sono accecati dalla fame. Nel mio caso era la rabbia ad annebbiarmi, non lo vedevo e non lo sentivo più, era solo un buco nero dove scaricare un anno di frustrazioni. E via con lo show, il discorso non ho dovuto neanche prepararlo, come nelle incazzature più genuine. Le parole stavano lì a ribollire dal 9 marzo 2020, gliele ho vomitate addosso con un tono di voce che saliva in una scala armonica. “Non urlare”, la sua richiesta ignorata. Quello era il mio momento, anche se si fosse arreso non avrei smesso finché non avessi finito di esprimere il mio giustissimo concetto.

Siamo da un anno in questa situazione devastante, tu hai l’opportunità di arginarla e non lo fai? Non riguarda solo te, riguarda tutti, ma tu non lo fai? Fosse per me mi ci farei pure lo shampoo con il vaccino, tu che puoi non lo fai? Ricordami quando ti sei laureato in medicina, perché devo essermi persa le celebrazioni. “Tu ora lo fai”: perentorio, ma potere sul suo arbitrio non ce l’ho, lo sapevo. L’isteria mi aveva dato l’illusione dell’onnipotenza.

Non stavo ottenendo niente. Lo sfogo era a mio uso e consumo, ma non smuoveva di un passo il mio Familiare Zero dalla sua decisione. Troppo presa dalle ripercussioni che la sua scelta aveva sul resto del mondo, da non rendermi conto di avere a che fare con una persona che - seppur in un modo che trovavo insensato - aveva paura.

Non è il vaccino a sconfiggere il covid, ma i vaccinati - “Ottenuto il vaccino, bisognerà convincere la gente a farlo”. Roberto Burioni lo diceva a settembre del 2020, quando ancora mancava qualche mese all’inizio della campagna che avrebbe acceso la luce fuori dal tunnel pandemico. Dal V Day del 27 dicembre di tempo ne è passato, ma il tema che preoccupava il virologo all’epoca resta più che mai attuale. Ogni giorno arrivano notizie di persone che preferiscono dire “no, grazie”, come ha fatto il mio Familiare Zero. Chi ha ottenuto la precedenza nella ricezione del siero non vede l’opportunità come un vantaggio, quanto piuttosto come un modo per essere trasformato in cavia.

Due circostanze portano al rifiuto, spiega ad Huffpost il dottor Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, che ha a lungo studiato la psicologia del rischio, declinata anche alla vaccinazione. Ad attivarsi è il cosiddetto fattore “old new risk”. Se un evento è relativamente nuovo, tendiamo istintivamente a percepirlo come qualcosa di più pericoloso di quanto non lo sia realmente. Al contrario, un problema vecchio, al quale ci siamo abituati, viene percepito come meno pericoloso di quanto non sia. Una distorsione sistematica, che porta a sottostimare o sovrastimare rischi. Questo duplice scenario ha riguardato i vaccini e il covid.

“I 300 morti al giorno di oggi provocano meno ansia di quelli di marzo, eppure il numero resta lo stesso” dice il dottor Pezzullo ad Huffpost “All’epoca eravamo tutti incollati al televisore a guardare il bollettino angosciati, a controllare se il giorno dopo saliva di 10 o 20 unità. Ora quasi nessuno conosce il numero quotidiano dei deceduti. Il coronavirus è passato da new risk a old risk. Non ci fa paura al punto da essere pronti a tutto per proteggerci. È diventato new risk invece il vaccino”.

Il vaccino anti-covid è stato sviluppato in modo rapido, il che non significa in maniera affrettata. Tutti gli step procedurali previsti sono stati rispettati, ma il fatto che si trattasse di una tecnologia nuova ha portato molti a percepirla come “sperimentale”. Quello che sappiamo sinora, dati scientifici alla mano, ci porta a considerarlo come uno dei farmaci più sicuri nella storia dell’umanità. Un errore nella comunicazione, sostiene Pezzullo, ha acceso il campanello d’allarme su possibili effetti collaterali e ha portato a una scorretta percezione. Diceva Burioni sempre nel settembre 2020: “Sono stati spesi (giustamente) miliardi per sviluppare un vaccino a tempo di record, ma neanche un euro per convincere le persone a farselo somministrare. Questo è uno sbaglio, e il discorso ‘io me lo faccio, chissenefrega degli altri’ è completamente sbagliato”.

La comunicazione più sdrucciolevole è stata fatta su Astrazeneca, diventata pecora nera nell’ovile vaccinale: tra i sieri a disposizione, quello che nessuno preferirebbe, perché con qualche punto percentuale in meno di efficacia. “In una situazione in cui il branco ha poche risorse, cerchiamo tutti di proteggere noi e i nostri cari con quelle migliori a disposizione” continua Pezzullo “È ‘l’effetto Calimero’, detto anche effetto di giustizia distributiva: perché io devo ottenere una risorsa meno efficace della persona che sta di fronte a me?”. Sconfiggere la malattia infettiva è però uno sport di squadra: “La protezione per il singolo che potrebbe essere leggermente inferiore, ha comunque l’effetto di bloccare il virus nel gruppo. Bisogna superare la logica individualista per passare a una logica gestionale emergenziale: ci possiamo salvare solo tutti insieme”.

Come si convince uno scettico a vaccinarsi? - Torniamo al mio Familiare Zero, di cui adesso ho forse più chiare le preoccupazioni. Lui nella scienza ha sempre creduto, non ha mai appoggiato teorie complottiste, è coperto da una vasta gamma di vaccini ai quali è stato sottoposto sin dalla nascita. È stato questo a causarmi il cortocircuito, esploso in un litigio fine a se stesso: non lo riconoscevo in quelle posizioni, non potevo immaginare di avere un no-vax in casa. E in effetti non è proprio di un no-vax che stiamo parlando: la distinzione è necessaria, per comprendere meglio quali possibilità di efficacia abbiamo nel tentativo di far cambiare loro idea.

I no-vax duri e puri, ci spiega il dottor Pezzullo, sono tra l’uno e il due per cento, un raggruppamento molto compatto che si alimenta di ansie reciproche ed è difficilmente scalfibile da qualunque tipo di ragionamento scientifico. In comunicazione vaccinale è tutto sommato accettabile: per raggiungere l’immunità basta il 95%, se anche un due per cento rifiuta, comunque l’immunità e ottenuta. Poi ci sono gli altri, gli esitanti, la cui scelta di negazione è maturata a causa di una serie di fattori, che li hanno spinti alla scelta, per timore. Il Familiare Zero può adesso alzare la mano: “Presente”.

Se volete sperare di avere qualche chance di successo, innanzitutto non fate come me, non urlate. Spiega il dottor Pezzullo che “un comportamento sempre sconsigliato è andare in simmetria: se qualcuno ci dice ‘non mi vaccino’ non bisogna contrastarlo col ‘devi farlo, che sciocchezze dici, fossi io al tuo posto’”. Ciò che ho fatto io, in pratica. “In questo modo si va ad attivare il cosiddetto comportamento di ‘reattanza psicologica’: tu mi dici che sto sbagliando, io anziché ascoltarti scivolo a controargomentare la mia posizione. Magari ho io stesso dubbi, ma dal momento che mi stai mettendo in crisi su una questione per me angosciante, devo difendere e tutelare la posizione ai tuoi e a miei occhi. Una serie di studi di psicologia sociale segnalano che dopo la litigata aumentano gli atteggiamenti anti-vax o comunque esitanti. Si sono autoconvinti, litigando con te, che dovevano a tutti i costi avere ragione”. Perfetto, inchiodata alle mie responsabilità. Mea culpa.

Come posso rimediare a questo punto? “Quello che si può fare, coscienti che non sempre funziona, è parlare all’ansia. Bisogna accogliere e riconoscere la legittimità dei timori dell’altro, la normalità nel farsi domande. Legittimare le ansie e usarle come leva per spostarle su dati rassicuranti, senza spazzatura complottista. Bisogna basarsi su fonti oggettive e di qualità per dare a lui risposte. Sempre con un atteggiamento non giudicante, ma di comprensione della preoccupazione. Questa è la strategia che offre i risultati migliori, ma non garantisce il successo”. Proviamo così allora. Un po’ di valeriana e in bocca al lupo a me.