• La libertà si estende solo fino ai limiti della nostra coscienza. Carl Gustav Jung.

L'allarme di Pezzullo, presidente degli psicologi veneti «Gli scienziati lascino da parte i personalismi, serve una voce unica»

L'allarme di Pezzullo, presidente degli psicologi veneti «Gli scienziati lascino da parte i personalismi, serve una voce unica»


L'allarme di Pezzullo, presidente degli psicologi veneti
«Gli scienziati lascino da parte i personalismi, serve una voce unica»
«Ansia e impotenza, nella seconda ondata il rischio psicologico
è ancora più elevato»

È andata via di nuovo la luce. E dietro di sé ha lasciato un buio profondo, ancora più denso di quando, a fine febbraio, il Covid si è abbattuto sull'Italia come un uragano, oscurando tutto. E se, oggi, il propagarsi del contagio spinge a tornare a temere per la salute fisica delle persone, molta attenzione bisognerebbe riservare anche a quella mentale, perché, «nel secondo picco il disagio aumenta» garantisce Luca Pezzullo, psicologo dell'emergenza, nonché presidente regionale dell'ordine di categoria. Dottor Pezzullo, come sono cambiate le problematiche delle persone rispetto all'inizio dell'epidemia? «Con il lockdown di marzo abbiamo dovuto inizialmente fare i conti con l'ansia di persone messe di fronte a una situazione completamente nuova; con il passare del tempo, sono esplose le tematiche legate alle esigenze intrafamiliari, come esasperazione, aggressività, impossibilità di portare avanti le dipendenze e depressione per le prospettive economiche. Ora, invece, c'è confusione rispetto agli scenari futuri. Le persone consideravano il lockdown un'esperienza chiusa e ora si trovano a pensare che non è proprio così. Ecco perché, in tutte le esperienze emergenziali, il secondo picco dopo la conclusione della prima fase causa un disagio psicologico maggiore rispetto a quello sperimentato all'inizio». Non è paradossale? «Assolutamente sì, perché a questo punto sappiamo che possiamo farcela ad affrontare tempi duri, ci siamo già passati. Tuttavia, in realtà, l'idea di dover tornare a una situazione di chiusura destabilizza poiché dà l'impressione di non riuscire a venirne a capo e questo crea un'ansia anche maggiore di quella già sperimentata. Del resto questo, non è l'unico effetto paradossale: le emergenze sono degli amplificatori sociali e quindi chi stava già male, in primavera è stato molto peggio. Però ci sono state anche persone che hanno avuto esperienze migliorative, pensiamo alle famiglie o alle coppie che hanno avuto modo di ritrovarsi, o agli studenti che vivevano l'esperienza scolastica con difficoltà. Vedremo ora cosa succede». C'è un disagio comune e trasversale o il malessere è diverso a seconda dell'età? «Dipende dall'età. Nella prima fase è stata dedicata molta attenzione ai bambini, che hanno avuto le difficoltà più grandi e che subiranno effetti a lungo termine se questa situazione si protrarrà ancora a lungo. Anche gli anziani sono stati protetti e isolati, mentre quella che ha ricevuto poca attenzione è la fascia intermedia. Penso alle donne che sono state gravate del carico emotivo maggiore di tutti, che avevano i figli a casa, gli anziani a carico e dovevano fare i conti con lo smart working.

Insomma, a fronte di molteplici responsabilità, nessuno riconosce loro la fatica emotiva. Il problema è, però, che se cede l'adulto, crolla l'intera rete familiare, per cui non è possibile dimenticarsene». Molti anziani hanno affrontato in maniera stoica il primo lockdown, ma ora sembrano aver mollato...«Nell'emergenza l'anziano porta la sua biografia, che per lo più è un confronto costante con le difficoltà e anche quando sembra che tutto sia perso, che non ci sia più speranza, ci mostra che c'è sempre un modo per costruire il futuro. Tuttavia questa seconda ondata colpisce di più proprio le persone di una certa età, perché tende a invalidare il loro senso di autoefficacia, subentra il pensiero che qualunque cosa facciano non ci sia un modo per gestire la situazione e uscirne. Del resto, la loro situazione non preoccupa solo nella fase acuta, ma anche e soprattutto per gli effetti a lungo termine: i tassi di mortalità, ma anche di morbilità, come demenza e deterioramento cognitivo, sono molto più elevati dopo un'emergenza. Pensiamo ai terremoti, da L'Aquila ad Amatrice: gli effetti si sono visti nel medio e lungo termine, sono le morti invisibili che si manifestano dopo mesi o un anno». Come si riesce a sopravvivere emotivamente a un altro inverno in queste condizioni? «Mantenendo un equilibrio realistico: le istituzioni devono avere il coraggio di intervenire con le misure necessarie, ma dev'essere altrettanto chiaro che non si può continuare con un decreto ogni 48 ore, perché questo non fa altro che accrescere il senso di impotenza e di ansia delle persone. Diversamente, le misure rigorose aumentano la collaborazione della popolazione». Converrà però che anche gli scienziati hanno avuto un ruolo in questa sorta di isteria collettiva. «Decisamente. Non a caso ho appena partecipato su Zoom a un incontro del Patto trasversale per la scienza in cui abbiamo sollecitato la comunità scientifica a dare un messaggio univoco e chiaro, sfumando le posizioni personalistiche che producono visioni frammentate e deleterie per l'adattamento della popolazione ai comportamenti richiesti. Non dimentichiamo che, sostanzialmente, nella prima fase c'era una voce univoca e forte che assicurava una fiducia nell'istituzione, mentre ora c'è una perdita collettiva di credibilità sia nei confronti degli scienziati che delle istituzioni. Questo favorisce l'ansia che a sua volta si trasforma in aggressività. Ecco perché la scienza non deve accontentare la propria pancia ma è chiamata a fornire una comunicazione chiara, responsabile e univoca, altrimenti viene a mancare la fiducia». Cosa pensa dell'atteggiamento dei giovani? «Che sono giovani e pertanto hanno un atteggiamento un po' autonomo rispetto alle istanze. Andrebbero responsabilizzati e non colpevolizzati, messi nel ruolo esplicito di protettori della comunità. Del resto i comportamenti persecutori e paranoidi sono comuni nelle situazioni di rischio collettivo perché danno l'illusione di poter controllare una situazione che sotto controllo non è». Come si inverte la rotta? «Il vero cambiamento avviene solo quando si smette di cercare un colpevole e si comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Sia chiaro: se non ce le assumiamo tutti insieme da questa situazione non se ne esce. Le istituzioni devono essere rassicuranti ma esplicite e le persone devono imparare il rispetto per gli altri. Nella falange spartana lo scudo non veniva tenuto di fronte, ma sul fianco per salvare non la propria vita, ma quella del vicino. Ecco il messaggio che deve passare: uso il mio scudo per proteggere chi mi sta vicino».
L'intervista di Simonetta Zanetti.
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