Molti genitori si stanno chiedendo come aiutare i figli a comprendere quanto sta accadendo loro; c’è chi vorrebbe raccontare ogni dettaglio, chi ha la televisione perennemente accesa sui canali informativi, chi ritiene più opportuno creare una dimensione giocosa come ne “La Vita é Bella”, chi aspetta che sia il bambino a fare domande.
Sono tutti bravissimi! Stanno facendo del loto meglio e creando situazioni molto protettive attorno ai loro bambini. Tuttavia, talvolta si possono fare degli errori non conoscendo come i bambini interpretano le malattie e quali sono le migliori modalità di comunicazione con loro.

Di seguito dunque propongo alcune indicazioni, certamente non esaustive, per aiutarli a gestire ancora meglio questa delicata fase.

Partiamo da tre considerazioni fondamentali:

1- La mediazione da parte dell’adulto permette al bambino di non essere lasciato solo nell’elaborazione delle informazioni, che rischierebbero di essere lette solo attraverso schemi interpretativi tipici dell’età e dello stadio evolutivo, se non di stadi precedenti, in virtù di comprensibili schemi regressivi.

2- Se un bambino non possiede informazioni sufficienti per leggere la realtà ricorrerà a fantasie o ricordi pregressi, con il rischio di immaginare scenari molto più spaventosi di quanto lo siano in realtà.

3- I bambini piccoli, inoltre, faticano ad inserire gli eventi all’interno di continuum temporali, in particolare quando non possono essere date loro delle certezze rispetto alla transitorietà degli eventi e alla loro evoluzione e termine.

E’ necessario dunque che tutta la comunità educativa si prenda carico di questa fase, permettendo a bambine e bambini di accedere a delle informazioni concrete, rispettose e comunicate attraverso atteggiamenti non catastrofici. Spesso pensiamo che i bambini non possano capire o che soffrirebbero troppo. In realtà bambine e bambini sanno molto più di quello che immaginiamo ma non si sentono autorizzati ad esprimerlo se non è l’adulto per primo a porsi in una dimensione di ascolto.

Come sostenere la comunicazione tra adulti e bambini:

  • Ascoltare e dare spazio ai vissuti emotivi senza minimizzare né allarmarsi. In una fase di emergenza bambine e bambini possono presentare diversi sintomi per esprimere preoccupazione, sofferenza e senso di smarrimento: disturbi somatici (mal di pancia, mal di testa ecc.), regressioni (desiderio di dormire nel lettone, enuresi ecc.) capricci e irritabilità, ma anche comportamenti apparentemente noncuranti, che spesso sono volti a proteggere adulti preoccupati. Un bambino che manifesta dei sintomi o un comportamento differente da quello al quale siamo abituati è un bambino che va accolto e ascoltato, mai punito!
  • Coinvolgere i bambini mettendoli al centro di comunicazioni comprensibili: i bambini in questi giorni sono stati malamente esposti a diverse informazioni dirette (es. ascolto di telegiornali e radio) o indirette (conversazioni tra adulti); è opportuno che gli adulti proteggano i bambini da queste comunicazioni i cui toni hanno allarmato noi per primi! Può essere utile chiedere ai propri figli e figlie cos’hanno capito e – a partire dalle loro stesse considerazioni – dare delle informazioni concrete, adattando il linguaggio all’età e alla capacità di comprensione. Bastano pochi minuti per essere efficaci e rassicuranti.
  • Non mentire. I bambini – come gli adulti – percepiscono quando una persona a cui vogliono bene dice loro una cosa pensandone un’altra. In queste occasioni il senso di smarrimento è tale da poter diventare pervasivo, e generare sfiducia negli adulti, anche in fasi successive.
  • Chiedere ai bambini che cosa vorrebbero sapere. Questo passaggio è molto importante poiché permette di ridefinire le idee irrazionali: a seconda dell’età bambine e bambini possono mostrare idee differenti sulle cause delle malattie, sulla trasmissione e sulla guarigione, alcune delle quali particolarmente pericolose per lo sviluppo se non vengono intercettate (es. “mi ammalerò perché sono un bambino disobbediente”). Non abbiate paura di intervenire su questi vissuti, né di ammettere onestamente che certe informazioni non le conoscete e che proverete ad informarvi: bambine e bambini non hanno bisogno di genitori esperti virologi, ma genitori che siano disponibili a fare da filtro per loro rispetto ad una realtà troppo incerta e spaventosa.
  • Promuovere il mantenimento delle routine: bambine e bambini si sentono rassicurati dalle routine, perché danno loro un senso di continuità rispetto alla propria biografia. Coinvolgeteli nel creare assieme l’organizzazione della loro giornata che deve sempre prevedere delle fasi: ad esempio dedicarsi all’apprendimento durante la mattinata, sia scolastico (fare i compiti, leggere un libro ecc.) sia di attività manuali. Mantenere attivo il corpo attraverso degli esercizi o facendo delle piccole passeggiate che permettono di mantenere il contatto con la natura secondo le disposizioni attualmente in vigore. I bambini non hanno sempre la capacità di pensare a delle attività compensative come facciamo noi adulti, per questo è importante proporgliele e farle assieme a loro.
  • Promuovere l’aderenza alle prescrizioni: assicuriamoci che bambine e bambini seguano le indicazioni date dagli esperti (lavarsi le mani, starnutire sulla piega del gomito ecc.). Per quanto possa spaventarci la loro distrazione o le (più o meno inconsapevoli) dimenticanze, non sgridiamoli! Opporsi alle disposizioni potrebbe essere un modo per manifestare la negazione della loro paura. Il nostro esempio funziona sempre, così come le lodi e gli incoraggiamenti. Laviamoci tutti assieme le mani rassicurandoli sul fatto che non serve farlo in continuazione. Chiediamo loro di corregerci quando siamo noi per primi a dimenticarci di fare attenzione. Creiamo anche in questo caso delle routine e dei giochi per facilitare l’aderenza.
  • Rassicurarli quando si va al lavoro: qualsiasi sia la vostra occupazione, bambine e bambini devono sapere che voi state uscendo di casa in modo sicuro e che starete attenti durante la giornata seguendo le prescrizioni che vi sono state indicate. Non è difficile immaginare che bambini delle elementari potrebbero pensare che il virus sia ovunque e che i genitori siano esposti ad indicibile pericolo uscendo semplicemente dal contesto domestico che – anche simbolicamente – è vissuto come l’ambito maggiormente protettivo.
  • Non rinunciare mai alla funzione genitoriale. E’ normale in questa fase sentirsi più disponibili ad accettare compromessi e a “lasciar passare” regole che prima erano considerate non negoziabili. Benchè questo atteggiamento sia comprensibile può essere anche destabilizzante per i bambini che potrebbero avere la sensazione che anche i genitori siano diventati strani e non leggibili. Per dirla con le parole di un piccolo paziente “se mia mamma mi fa giocare con la playstation per due ore consecutive significa che la situazione è più grave di quanto mi stiano raccontando”.
  • Promuovere il senso di comunità e di protezione: bambine e bambini hanno bisogno di sapere che non sono soli! Spieghiamo loro che i medici, gli infermieri, e le istituzioni stanno facendo tutto quello che è in loro potere per proteggerci e che anche noi possiamo fare la nostra parte. Sapere che un’intera comunità è coinvolta ed alleata permette ai bambini di sentirsi protagonisti e generatori di salute, un’eredità psicologica che li potrà proteggere anche in altri momenti di crisi. Può essere molto utile ancorare il senso di protezione ad episodi ed esperienze precedenti, che fanno parte della propria biografia o di quella del bambino: raccontate loro di quella volta in cui eravate piccoli e i medici sono intervenuti per guarirvi, o di quando avete chiamato il pediatra che ha trovato la soluzione giusta, o di quell’infermiere così in gamba che faceva i prelievi senza far soffrire e che si scusava quando non ci riusciva. Nell’esperienza di ciascuno di noi c’è la protezione, è il momento di condividerla!

N.B. Per chi volesse approfondire suggerisco la lettura di "Facilitare la comprensione della malattia nel bambino" di Capurso 2017 Franco Angeli.

Autrice: Alberta Xodo, Psicologa Psicoterapeuta